Chiesa

A 42 anni dalla sua elezione. Luciani e il precetto della solidarietà

Stefania Falasca mercoledì 26 agosto 2020

Il cardinale Albino Luciani quando era ancora patriarca di Venezia. Il 26 agosto 1978 venne eletto Papa

«La solidarietà? Che diventi precetto della Chiesa». Per il predecessore di papa Francesco, Giovanni Paolo I, salito al soglio di Pietro giusto il 26 di agosto di quarantadue anni fa, la solidarietà doveva far parte dei tradizionali precetti generali della Chiesa. Diventare cioè obbligatoria per i fedeli ed essere esercitata in concreto, essendo questa elemento essenziale della fede e dunque della vita cristiana, come ripreso molte volte in questi anni nei più diversi contesti dall’attuale Pontefice.

Per il Vescovo di Roma Albino Luciani, Papa per soli 34 giorni, la solidarietà doveva dunque necessariamente affiancarsi all’obbligo per i fedeli di partecipare alla messa domenicale, di santificare le feste e agli altri dei cinque precetti che sono contenuti nel Codice di diritto canonico e ripresi nel Catechismo della Chiesa cattolica. Propose così una revisione del codice per inserirne uno esplicitamente dedicato alla solidarietà con il Terzo mondo. L’allora patriarca di Venezia avanzò la proposta il 21 ottobre del 1971, davanti all’assemblea del Sinodo dei vescovi sul tema: «Sacerdozio ministeriale e la giustizia nel mondo».

E lo fece argomentando con queste parole: «Da secoli al popolo cristiano viene messo innanzi il piccolo codice dei 'cinque precetti della Chiesa'. Esso viene appreso dai fanciulli insieme al decalogo del Signore. Non si potrebbe rivedere un po’ questo mini-codice, mettendo in grande evidenza il precetto di esercitare in concreto, sia con le preghiere che con le opere, la solidarietà in particolare verso il Terzo mondo?». E proseguiva: «Anche i confessori, goccia a goccia, potrebbero dare una mano a questa coscientizzazione, assegnando come soddisfazione sacramentale buone opere da fare a favore del Terzo mondo». Nel medioevo - riprendeva poi Luciani - erano in onore, come manifestazioni di pietà religiosa, i pellegrinaggi per il giubileo, verso la Terra Santa e Compostela. Essi venivano arricchiti di indulgenze e favori spirituali'. Pertanto, faceva osservare: «Gli stessi favori spirituali ed una importanza ancor più prestigiosa si diano a tutto ciò che viene fatto per il Terzo mondo».

E affermava: «Entri nella cerchia delle idee che chi, con pia generosità, s’impegna per il Terzo mondo è davvero un crociato e un romeo dei tempi nuovi». Per attuare questo proposito, rivolgendosi ai padri sinodali, il futuro Giovanni Paolo faceva rilevare come, «dato che i fedeli sono soliti manifestare a Dio la propria gratitudine con gli exvoto donati ai Santuari», «con perseveranza e prudenza siano condotti poco a poco a donare a Dio, alla Madonna e ai santi in quel santuario, fatto non di sassi ma di anime, che sono i nostri fratelli indigenti». Luciani concludeva la proposta con una «seconda suggestione »: quella di «un’autotassazione che potrebbero imporsi le chiese più fortunate per dare testimonianza di buona volontà ». E prendendo dalla proposta preparata dalla Conferenza episcopale triveneta di riservarsi annualmente l’un per cento di tutte le sue entrate a favore dei popoli in via di sviluppo, spiegava infine: «Questo 1 per cento si chiamerà 'porzione dei fratelli' e si intenderà data non come elemosina, ma come qualcosa che è dovuto. Dovuto per compensare le ingiustizie che il nostro mondo consumistico sta commettendo verso il mondo in via di sviluppo e per riapre in qualche modo il peccato sociale, di cui dobbiamo prender coscienza».

La proposta non trovò seguito. Ma l’intento del futuro Giovanni Paolo I è estremamente limpido: inserendo la solidarietà nella lista dei precetti, l’obbligo della solidarietà veniva riconosciuto in modo chiaro come parte integrante della fede e della prassi cristiana. In diverse occasioni Luciani aveva già espresso la necessità di formare nei fedeli una mentalità e un’ascesi solidaristica imbevuta dello spirito della Popolurum progressio. La piena adesione sia sul piano teologico che pastorale alle linee del magistero montiniano in materia sociale - espresse in particolare nella enciclica Populorum progressio - divenne per Giovanni Paolo I l’orientamento della Chiesa nello sguardo sul mondo. Riprendendo l’enciclica montiniana nell’omelia di Pentecoste del giugno 1978, l’allora patriarca di Venezia affermava ad esempio che «nella situazione attuale non sarebbe cosa eccezionale, ma normale, costituire un fondo comune mondiale a favore dei popoli più indigenti con denari ottenuti specialmente decurtando le enormi somme investite negli armamenti », perché, affermava «ci sono, infatti, sperperi pubblici e privati, spese fatte per ostentazione frutto della paura e dell’orgoglio che costituiscono uno scandalo intollerabile».

Ecco i cinque precetti generali della Chiesa secondo il Catechismo:
1) Partecipare alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimanere liberi da lavori e da attività che potrebbero impedire la santificazione di tali giorni;
2) Confessare i propri peccati almeno una volta all’anno;
3) Accostarsi al Sacramente dell’Eucaristia almeno una volta all’anno e almeno a Pasqua;
4) Osservare il digiuno e l’astinenza dalle carni nei giorni stabiliti dalla Chiesa;
5) Sovvenire alle necessità materiali della Chiesa stessa, secondo le proprie possibilità.

A questo richiama da Pontefice anche nell’ultima udienza generale del 24 settembre 1978 sulla carità, riprendendo con forza «le gravi parole» di Montini riguardo al «grido d’angoscia » dei «popoli della fame», che «interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza » e per il quale «la Chiesa trasale». Parole gravi alla luce delle quali «non solo le nazioni, ma anche noi privati, specialmente noi di Chiesa dobbiamo chiederci: 'Abbiamo veramente compiuto il precetto di Gesù che ha detto 'Ama il prossimo tuo come te stesso'». Parole quindi che il successore di Paolo VI riprende e pronuncia non prima di aver ricordato la pratica cristiana delle sette opere di misericordia corporali e spirituali che pure «non sono complete e bisognerebbe aggiornarle» perché «oggi non si tratta più solo di questo o quell’individuo ma sono interi popoli che hanno fame». E lì, dove giustizia e carità s’intrecciano, non esita a pronunciare perentoriamente con Paolo VI, secondo quanto trasmesso dalla dottrina sociale della Chiesa, che «la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto», perché «nessuno ha la prerogativa di poter usare esclusivamente dei beni in suo vantaggio oltre il bisogno quando ci sono quelli che muoiono per non aver niente». Se dalla fede dunque scaturisce la solidarietà, da questo sguardo di fede sgorga l’azione nel mondo e il suo programma di pontificato, sintetizzato anche nell’allocuzione al corpo diplomatico tenuta il 31 agosto.

Ricevendogli gli oltre cento rappresentati delle missioni internazionali presenti all’inaugurazione del suo pontificato, aveva sottolineato come «il nostro cuore è aperto a tutti i popoli, a tutte le culture e a tutte le razze» per poi affermare: «Non abbiamo, certo, soluzioni miracolistiche per i grandi problemi mondiali, possiamo tuttavia dare qualcosa di molto prezioso: uno spirito che aiuti a sciogliere questi problemi e li collochi nella dimensione essenziale, quella dell’apertura ai valori della carità universale perché la Chiesa, umile messaggera del Vangelo a tutti i popoli della terra, possa contribuire a creare un clima di giustizia, fratellanza, solidarietà e di speranza senza la quale il mondo non può vivere». A questo riguardo la costituzione della nuova Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I voluta da papa Francesco e istituita il 17 febbraio scorso assolve al compito non solo di tutelare tutto il patrimonio degli scritti e dell’opera di Giovanni Paolo I, ma anche incentivare lo studio sistematico e la diffusione del suo pensiero. Tanto più motivati dalla considerazione di come la figura e il messaggio di papa Luciani siano straordinariamente attuali.