Chiesa

IL CASO DI GENOVA. La pedofilia «ferisce il volto della Chiesa»

Adriano Torti venerdì 20 maggio 2011
Un dolore «improvviso e inatteso» che lascia «percossi, ma non abbattuti». Nella giornata diocesana per la santificazione sacerdotale, l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, è tornato a parlare del caso di don Riccardo Seppia, l’ex parroco della chiesa dello Spirito Santo di Sestri Ponente, arrestato venerdì scorso con l’accusa di pedofilia e cessione di sostanze stupefacenti. Salito al Santuario di Nostra Signora della Guardia insieme ai suoi sacerdoti (erano poco meno di 170), il cardinale non evita di confrontarsi con la realtà ma, nello stesso tempo, infonde al suo gregge rinnovata fiducia. È il figlio che affida alla Madre celeste «pene, speranze e propositi» perché «dove c’è la Madre, lì c’è la famiglia, lì c’è la casa». «Per questo - ha aggiunto - guardiamo a Lei come figli suoi e Le apriamo l’anima». Poi il cardinale dà «voce al nostro dolore per ogni forma di peccato e di male che, se risulterà realmente commesso da un nostro confratello, sfigura la bellezza dell’anima, scandalizza le anime, ferisce il volto della Chiesa». «Il nostro dolore - dice con voce rotta dall’emozione e in alcuni momenti trattenendo a stento le lacrime - è tanto più sconvolgente in quanto improvviso e inatteso, perché nulla lo faceva presagire ai nostri occhi. Vogliamo affidare alla Madonna quanti hanno subito scandalo in qualunque modo, e dire a loro la nostra vicinanza umile e sincera». Non cita mai il nome di don Riccardo. Si limita a chiamarlo «nostro confratello». L’arcivescovo poi ricorda alla Chiesa genovese che il Signore sa trarre il bene anche dal male: "Per crucem ad lucem". Per questo, ha aggiunto, «noi, pastori e fedeli, crediamo che la prova e il senso di sgomento ci porteranno a salutari riflessioni su quel cammino di conversione dal quale nessuno è mai esente, ma che interpella senza sosta ogni discepolo di Cristo, ogni vero ministro di Dio». Bagnasco è il pastore che non ha paura di guardare in faccia la verità, anche quando questa è dolorosa. «Come figli docili - aggiunge- chiediamo alla Vergine Maria di avere ognuno il coraggio della verità, per cantare le opere  del Signore, ma anche per riconoscere le ombre da fugare, le pieghe da affrontare». È il pastore che indirizza e guida, per non cadere nel baratro del peccato, e indica la strada e la meta: «Diventare santi». Per questo ricorda «di curare la sensibilità spirituale perché non venga meno, la preghiera quotidiana, la confessione sacramentale regolare e frequente, la vita fraterna, l’amicizia sacerdotale che significa aiutarci nella fedeltà alla vocazione senza reticenze». E la santità è, in apparenza un percorso semplice. «Tutto ciò - spiega - chiede solo una cosa: la disponibilità di ciascuno di noi, l’apertura dell’anima, il desiderio vero di percorrere le sue vie non le nostre». Al termine dell’omelia ringrazia «Gesù per la grazia del Sacerdozio, grande dono per l’umanità, per poter stare accanto alla nostra gente ogni giorno e condividere, da fratelli e padri, gioie e dolori, per il bene che le nostre comunità ci vogliono, e per cui siamo lieti e grati, ma ancor più ci sentiamo responsabili vigili e operosi».