Chiesa

L'enciclica. Olivero: la pace non è slogan ma scelta di giustizia

Paolo Lambruschi martedì 6 ottobre 2020

Ernesto Olivero, fondatore del Sermig

L’artigiano che costruisce la pace produce bellezza, perciò deve essere preparato e coraggioso. Dall’Arsenale della Pace di Torino Ernesto Olivero, – 80 anni e 56 passati alla guida del Sermig – commenta la parte della nuova enciclica che papa Francesco ha dedicato all’impegno contro guerre, conflitti e armamenti.

Fratelli tutti sottolinea che un mondo più giusto si raggiunge promuovendo la pace, opera “artigianale” che coinvolge tutti mettendo al centro l’uomo. Cosa ne pensa?
Ho sempre pensato che impegnarsi per la pace e la giustizia non fosse gridare uno slogan in piazza. La pace vera è un fatto, è quella che passa dalle opere di giustizia e dalle scelte di cambiamento di ognuno. Un artigiano produce bellezza, pezzi unici. Ma per farlo deve impegnarsi, studiare, non avere paura di ferirsi. Il suo sforzo non è solo umano. Penso alla profezia di Isaia, citata dal Papa: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri… non impareranno più l’arte della guerra…”. Dio si compromette con noi e ci assicura che è presente nella storia, anche nei suoi tratti più bui. Non siamo soli.

Ma cosa possono fare i singoli e le comunità per avviare processi di giustizia e riconciliazione 'dal basso'?
Credere fino in fondo che il cambiamento è nelle nostre mani. Quando ero giovane, rimasi incantato dalle parole di frére Roger, fondatore della comunità di Taizé. Lui disse che bastava un pugno di giovani per cambiare il corso della storia di una città, di una nazione, in definitiva del mondo. Era una persona credibile, io solo un ragazzo, ma lo presi alla lettera. La storia dell’Arsenale della Pace in fondo iniziò in quel momento. Anche la nostra epoca ha bisogno di un pugno di buoni cristiani, buoni musulmani, buoni ebrei, buoni credenti e non credenti, decisi a cambiare la storia con la concordia, la comprensione reciproca, il rifiuto della violenza. Cominciamo da qui!

Bisogna imparare a perdonare, sollecita Francesco. Quale cammino interiore va percorso per apprendere questa difficile arte?
Il perdono è un cammino, umanamente difficile, ma non impossibile. Gesù ci dice di perdonare 70 volte sette, cioè sempre. Il cristianesimo o è così o non è, o testimonia il perdono o non dice più nulla alla gente. È in gioco la sostanza della vita di ogni cristiano. Il cammino del perdono deve essere una scelta del cuore e dell’intelligenza.

L’enciclica chiede di diffondere la memoria del perdono. Lei ne ha una in particolare?
Ricordo un bandito e assassino accolto all’Arsenale della Pace dopo 30 anni di carcere. Qui ha trovato la forza di rinascere, ha confessato il male fatto, è diventato testimone di bene, ha chiesto perdono alle famiglie che piangevano un loro caro ucciso. Dopo tanti anni posso dire che ha cambiato non solo la sua vita, ma anche la nostra

Chi entra nell’Arsenale di Torino viene accolto dalla scritta 'la bontà è disarmante' e trova segni tangibili che ricordano massacri e genocidi. Ma in questo tempo che pare aver dimenticato la Shoah, gli orrori dell’atomica e i massacri etnici e religiosi, come si può dire no alle guerre?
Gredo che la memoria sia efficace solo se diventa memoria di carne, se siamo capaci di sentire nelle viscere il dolore di chi ha vissuto e vive la follia della guerra. Dobbiamo dire con chiarezza che le armi non devono più essere costruite. Perché uccidono i miei affetti più cari, alimentano la vendetta, chiamano armi ancora più micidiali. Con la guerra si perde tutto e tutti perdono. Non dobbiamo stancarci di gridarlo.

Il Papa cita 4 figure – Gandhi, Martin Luther King Desmond Tutu e Charles de Foucauld – come esempi di artigiani di pace. Aggiungerebbe qualcuno?
Giorgio La Pira che ha creduto in una pace possibile, nel dialogo ad oltranza. E qualche donna come Annalena Tonelli che ha servito i più poveri della Somalia ed è stata uccisa per il bene fatto nel nome di Dio e Madre Teresa di Calcutta che ha promosso il dialogo della carità verso i derelitti. E infine le migliaia di artigiani della pace, persone semplici, giovani e adulti che si impegnano senza riconoscimenti, sporcandosi le mani e pagando di persona.