Chiesa

Il dibattito. L'abito fa il prete. O forse no

Roberto Beretta lunedì 25 marzo 2024

Sacerdoti portoghesi in preghiera durante la Gmg di Lisbona

Preti «esteti», «iconici», addirittura «dandy»: insomma eccessivamente preoccupati del proprio corpo, dell’abbigliamento e dell’immagine. Non va certo con mano leggera don Domenico Marrone, teologo pugliese, nei riguardi dei suoi confratelli firmando un recente post sul blog cattolico Settimananews. E peraltro il dibattito da lui avviato un appoggio oggettivo sembra averlo. Se difatti qualche decennio fa la polemica sull’abito ecclesiastico si arroventava tutt’al più tra ferrei fautori della talare e più ecumenici partigiani del prete in jeans, oggi ­– annota Marrone - «Occhieggia da centinaia di negozietti ed edicole romani, tra un Colosseo rifatto in pura resina e un vestito da gladiatore; è il calendario con il prete in copertina. Facce pulite, sorridenti, in talare e colletto rigido che il biancoenero certo non mortifica (in realtà si è poi scoperto che non tutti sono preti ma modelli). E se una volta c’era semmai solo il lunario un po’ rustico di Frate Indovino, resta da chiedersi chi mai acquisti l’azzimato calendario dei «preti belli» per mettere al muro il suo reverendo mensile; di sicuro non comunità di suore né parrocchie… Ma tant’è: il prodotto sta sulla piazza da ormai vent’anni.

Appunto: stiamo dunque transitando dai «preti di strada» a quelli di passerella? L’interrogativo, tra il malizioso e il preoccupato, lo ha sollevato il blog cattolico Settimananews in un lungo post intitolato «Dandy, ovvero il prete esteta». L’autore, il teologo pugliese don Domenico Marrone, punta subito il dito: «Recentemente, sembra che un numero niente affatto insignificante di ecclesiastici abbia abbracciato questo stile (il dandy), concentrandosi eccessivamente sull’attenzione per il proprio corpo, sull’abbigliamento di classe, sull’uso di tecnologie all’avanguardia e su altri aspetti simili. (…) La società e i media ci trasmettono un eccessivo attaccamento alla cura di sé, particolarmente concentrato sull’aspetto esteriore. Questo non solo non è salutare, ma è anche poco utile, specialmente per un presbitero che rischia di precipitare in un vuoto spirituale tipico dell’edonista esteta».

Il testo svaria in interessanti considerazioni sulle recondite tentazioni del benessere del corpo e sulla religione salutista, ma certo ai confratelli non le manda a dire: «Attualmente, è frequente incontrare presbiteri che si presentano come icone di fisici ben allenati, considerati ricercati sia per l’abbigliamento di lusso che indossano che per l’uso generoso di profumo, frequentano locali raffinati e alla moda, investono somme considerevoli in abiti liturgici, mostrando una tendenza a confondere le celebrazioni dei sacri Misteri con esibizioni di alta moda ecclesiastica. Alcuni preti sembrano prepararsi come attori, applicando trucco prima di presentarsi in pubblico. Sono preti dall’aspetto ben curato, abili nel parlare e nell’adempiere ai loro doveri, poiché consapevoli che devono proiettare un’immagine di devozione e nobiltà nella loro vita esteriore. (…) Ogni aspetto può essere considerato un sintomo che evidenzia un malessere presente nella borghesizzazione del clero, caratterizzata da una conformità apparentemente tranquilla e dalla perdita o marginalizzazione del ruolo profetico (…) Come presbiteri, siamo chiamati ad abbracciare l’eleganza di una povertà dignitosa, indossando abiti sobri e essenziali. La responsabilità pastorale a cui il presbitero è chiamato si basa su un’autentica attenzione per sé stesso, evitando sia il pericolo di autoannullamento sia eventuali tendenze narcisistiche, fenomeni sempre più comuni ai giorni nostri».

La provocazione ha raccolto, com’era prevedibile, una discreta messe di commenti, che vanno dall’appoggio che rincara la dose («Il prete dandy oggi ha il clergyman azzimato, scarpe lussuose perché deve segnalare il suo status di uomo di potere»; «Certi giovani preti con una talare immacolata, il mantello e il saturno, sembrano più cosplayer che sacerdoti») al moderato dissenso («Purtroppo non mi pare così diffusa questa cura del corpo, anzi spesso noto che i preti vestono sciattamente»; « Certo vedere dei preti vestiti come dei cicisbei è veramente brutto. Altrettanto mi è capitato di vedere le scarpe da ginnastica sbucare con i jeans dal camice del celebrante sull’altare»).

D’altra parte, più volte anche Papa Francesco nelle sue ripetute critiche al clericalismo non si è trattenuto dallo stigmatizzare il malvezzo degli eccessi modaioli di taluni ecclesiastici. Ai sacerdoti siciliani nel giugno 2022, riferendosi soprattutto all’abbigliamento liturgico, aveva raccomandato: «Ma carissimi, ancora i merletti, le bonete (i tricorni da prete, ndr) Ma dove siamo? Sessant’anni dopo il Concilio! Un po’ di aggiornamento anche nell’arte liturgica, nella “moda” liturgica! Sì, a volte portare qualche merletto della nonna va, ma a volte. È per fare un omaggio alla nonna, no?». E l’ottobre scorso, parlando al Sinodo: «Basta andare nelle sartorie ecclesiastiche di Roma per vedere lo scandalo di giovani sacerdoti che si provano abiti talari e cappelli o camici e rocchetti con pizzi». Più o meno lo stesso ha affermato a braccio al recente incontro con il clero romano: «Io vedo tanti giovani che cercano di rinchiudersi nelle formalità, nel vestirsi. Vedi questi giovani che vanno da X e Y (cita per nome noti negozi romani di sartoria ecclesiastica, ndr) a ricercare le bonete».sembra che un numero nient’affatto insignificante di ecclesiastici abbia abbracciato questo stile (il dandy, ndr), concentrandosi eccessivamente sull’attenzione per il proprio corpo, sull’abbigliamento di classe, sull’uso di tecnologie all’avanguardia e su altri aspetti simili (…) Attualmente, è frequente incontrare presbiteri che si presentano come icone di fisici ben allenati, considerati ricercati sia per l’abbigliamento di lusso che indossano che per l’uso generoso di profumo, frequentano locali raffinati e alla moda, investono somme considerevoli in abiti liturgici, mostrando una tendenza a confondere le celebrazioni dei sacri misteri con esibizioni di alta moda ecclesiastica».

È proprio così? I commenti dei lettori del sito non sono univoci, si va da chi depreca piuttosto «vedere le scarpe da ginnastica sbucare con i jeans dal camice del celebrante sull’altare» e assegna il titolo di vero dandy a chi «non si fa riconoscere come prete», a quanti all’opposto stigmatizzano «certi giovani preti con una talare immacolata, il mantello e il saturno, che sembrano più cosplayer che sacerdoti» o hanno «il clergymen azzimato, scarpe lussuose per segnalare lo status di uomo di potere»...

In realtà il post del reverendo pugliese (il cui sito personale, detto tra parentesi, si intitola significativamente «Oltre la scorza»…) offre riflessioni che ambiscono andare sotto la superficie affrontando temi più profondi come la religione e la tirannia del salutismo, la «rappresentazione di sé stessi in una società sempre più narcisistica», l’«eccessivo attaccamento alla cura di sé, particolarmente concentrato sull’aspetto esteriore»; tutte caratteristiche che a parere dell’estensore avrebbero contagiato anche la vita dei presbiteri: «Alcuni preti sembrano prepararsi come attori, applicando trucco prima di presentarsi in pubblico. Sono preti dall’aspetto ben curato, abili nel parlare e nell’adempiere ai loro doveri, poiché consapevoli che devono proiettare un’immagine di devozione e nobiltà nella loro vita esteriore», il che però «può essere considerato un sintomo che evidenzia un malessere presente nella borghesizzazione del clero, caratterizzata da una conformità apparentemente tranquilla e dalla perdita o marginalizzazione del ruolo profetico».

Il discorso è andato insomma ben lontano, sconfinando forse nell’ingeneroso nei confronti di tanto clero. E tuttavia non si possono evitare le citazioni di papa Francesco, la cui attenzione in recenti discorsi si è appuntata proprio sugli eccessi di eleganza dell’abbigliamento ecclesiastico. Così Bergoglio ai preti della Sicilia nel giugno 2022: «

Carissimi, ancora i merletti, le bonete (i tricorni da prete, ndr)… Ma dove siamo? Sessant’anni dopo il Concilio! Un po’ di aggiornamento anche nell’arte liturgica, nella “moda” liturgica! Sì, a volte portare qualche merletto della nonna va, ma a volte. È per fare un omaggio alla nonna, no?». Al Sinodo dei vescovi, ottobre 2023: «Basta andare nelle sartorie ecclesiastiche a Roma per vedere lo scandalo di giovani sacerdoti che si provano abiti talari e cappelli o camici e rocchetti con pizzi». Per finire con il discorso a braccio al clero di Roma, nel gennaio 2024, in cui il Papa ha fatto addirittura i nomi di note e costose sartorie ecclesiastiche della Capitale nelle quali «vedo tanti giovani che cercano di rinchiudersi nelle formalità, nel vestirsi». Perché l’abito fa pure il monaco, qualche volta.