Chiesa

Cei. Bassetti: una Chiesa che impari dai poveri

Giacomo Gambassi e Mimmo Muolo lunedì 5 giugno 2017

Il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, con alcuni profughi

Sulle pagine di sabato 4 giugno e domenica 5 ha scritto a penna: “Visita pastorale all’unità pastorale della Santa Famiglia”. Nell’agenda del cardinale Gualtiero Bassetti non compare la parola “Roma”. «Ma ci sarà, ci sarà...», sorride l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve che da dodici giorni è il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana. Sopra la scrivania, accanto a fogli di appunti e fascicoli, ha una copia di Avvenire. Dalle finestre dello studio, al primo piano del palazzo arcivescovile di Perugia, si vede piazza 4 Novembre, cuore del capoluogo umbro. Con l’auto, guidata da solo, è arrivato da pochi minuti.

«Grazie al cielo non mi chiamano “presidente”. Già è stato difficile abituarsi a sentirsi dire “eminenza”», scherza con quell’ironia tutta fiorentina, terra in cui affondano le sue radici. Lo stile è quello di un padre, verrebbe da dire. «Meglio di un nonno, visto che ho 75 anni», ribatte il cardinale. Papa Francesco lo ha scelto come presidente della Cei lo scorso 24 maggio sulla base della terna votata dai vescovi italiani, dopo averlo prorogato “senza scadenza” alla guida della “sua” Chiesa locale. E fra una tappa e l’altra del viaggio che sta compiendo fra le comunità della diocesi dialoga con il quotidiano dei cattolici italiani. Parla di «responsabilità condivise nella Cei» e deplora ogni «tentazione di potere» ecclesiale; cita don Milani, don Mazzolari, don Barsotti ma anche don Diana e don Puglisi per affermare che «fra Chiesa e mafie non sono ammessi “inchini”»; torna a ricordare lo storico sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, per evidenziare che il Paese vive una «crisi profonda della politica » perché non si affronta «la nuova questione sociale» e per ribadire che non servono politici «baciapile»; considera il lavoro l’«emergenza della nostra Italia » e definisce «immorale» ogni forma di sfruttamento; esalta il «talento» dei giovani e chiede che sia aiutata dalle istituzioni «la famiglia fondata sul matrimonio»; invoca un’«accoglienza » più ampia per profughi e migranti ma nel rispetto delle regole.

Eminenza, che cosa ha pensato quando i vescovi italiani l’hanno indicata per primo al Papa e poi Francesco l’ha nominata presidente della Cei?

Una sensazione di incredulità mista a una profonda commozione e a un grande senso di responsabilità. Ho pensato ai miei genitori, alla piccola frazione del Comune di Marradi sull’Appennino tosco-romagnolo che ho lasciato quando avevo 14 anni per entrare in Seminario a Firenze, alla mia vocazione, a tutti i preti che ho ordinato e che sono un po’ come i miei figli spirituali. Veramente il Signore ci guida come un pastore e ci dà la forza per affrontare tutte le situazioni, anche quelle che non avresti mai pensato di vivere nella vita.

Ha scritto al Papa di essere un «contadino». Ha vissuto la povertà. Che cosa le hanno insegnato queste radici?

La povertà è la mia maestra di vita. Nascere povero in una realtà di campagna è un dono straordinario. L’alternanza delle stagioni non è altro che lo svolgersi di una liturgia divina. Direi che ho iniziato il Seminario nelle campagne di Marradi: accanto ai vecchi, agli orfani della guerra, ai poveri, immerso in un paesaggio straordinario che è rimasto sostanzialmente immutato. Tutto questo ti fa capire tre cose: che la vita non è un gioco ma è un’esperienza serissima; che c’è una relazione fortissima e misteriosa tra gli uomini, il creato e il divino; e che l’uomo per quanto si affanni in ogni epoca a costruire la sua personale torre di Babele non arriverà mai al cielo perché Dio è l’unico autentico signore della storia.

Si sente un «maledetto toscano»?

La definizione è di un pratese, Curzio Malaparte, ma io sono tosco-romagnolo d’origine e fiorentino d’adozione... Battute a parte, mi sento un «benedetto toscano» perché se guardo alla Chiesa che mi ha formato, quella di Firenze, vi trovo una straordinaria testimonianza di santità che mi fa pensare a questa terra come benedetta da Dio. Una storia di santità che è storia di popolo, come è anche quella di tutta la Chiesa italiana. Una storia di umanesimo cristiano che non soltanto ha reso profetica la comunità ecclesiale ma si è riversata come un’imponente cascata sull’intera società rendendola migliore. Lo stesso dovrebbe avvenire oggi.

Papa Francesco renderà omaggio a due sacerdoti “umili” e “battaglieri” che hanno illuminato la Chiesa italiana nell’ultimo secolo e che le sono particolarmente cari: don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari. Quale la loro lezione?

Se dovessi sintetizzare con una sola frase, direi che la lezione che lasciano in eredità è un’autentica e totale vocazione ad andare verso gli ultimi. E questo nonostante le incomprensioni e le persecuzioni. Don Mazzolari e don Milani vedevano oltre, sapevano cogliere i segni dei tempi. E sono rimasti sempre fedeli alla Chiesa al di là delle delusioni e delle amarezze. Questo è di grande insegnamento per ciascuno di noi e anche di singolare attualità. Soprattutto per quelle persone che sono in crisi di fede o che si sentono in difficoltà con la Chiesa istituzionale. Aggiungo che entrambi sono personalità complesse, non sovrapponibili e soprattutto non etichettabili dentro schemi preconfezionati che oggi hanno largo seguito ma che a mio avviso non riescono a cogliere la profondità del loro messaggio.

Durante il Convegno ecclesiale nazionale di Firenze nel 2015 papa Francesco ha chiesto alla Chiesa italiana di essere «inquieta». Come si può spendere questa inquietudine?

Il discorso del Papa è stato stupendo e andrà senza dubbio approfondito. Francesco in quel passaggio fa un duplice invito: esorta la Chiesa ad essere inquieta e ad essere vicina agli abbandonati, ai dimen-ticati, agli imperfetti. L’inquietudine è l’esatto contrario della tranquillità. È il contrario di chi si sente appagato e al sicuro nei propri schemi e nelle proprie strutture, mentali e burocratiche. È un richiamo evangelico fortissimo. Bisognerà percorrere nuove strade che ci portino verso gli ultimi e non certo verso le strutture di potere. La tentazione del potere colpisce ogni uomo e non deve scandalizzarci. È una delle tentazioni che Gesù affronta nel deserto. Ed è uno dei combattimenti più importanti che devono affrontare sia i consacrati, sia i laici. Il desiderio di detenere il potere o di sfruttare la Chiesa per un tornaconto personale è uno dei cancri che va estirpato. C’è un grande insegnamento che ho ricevuto nella mia vita da sacerdote: la Chiesa si serve e non ci si serve di essa.

Nella sua prima conferenza stampa ha parlato di una Cei «collegiale». In che cosa si tradurrà tutto ciò?

Sono convintissimo che la Chiesa italiana sia ancora una Chiesa di popolo, radicata nel Paese e che i vescovi conoscano molto bene la gente, il clero e i vari territori. È necessario che i vescovi possano esprimersi con franchezza e soprattutto che all’interno della Cei si respiri in un clima di ascolto. Come rettore e visitatore di Seminari e come vescovo ho ben presente l’importanza dell’ascolto delle persone. Di certo la Chiesa italiana ha bisogno di un dialogo rinnovato, di responsabilità condivise e di una profonda unità di intenti tra Nord e Sud, tra centro e periferia, tra parrocchie, associazioni e movimenti.

Quale il ruolo delle Conferenze episcopali regionali? E come prosegue la revisione della geografia delle diocesi?

Le Conferenze regionali sono le antenne sul territorio, da valorizzare e da coinvolgere in maniera sempre più vigorosa. Il percorso di revisione geografica ed eventuale riduzione delle diocesi sta continuando. Certo, serve tenere conto della storia ecclesiale e della specificità dell’Italia. Non possiamo correre il rischio di perdere riferimenti preziosi, bagagli d’identità, presidi di fede necessari per la nostra gente.

Un terzo dell’episcopato italiano è già stato rinnovato sotto il pontificato di Francesco. Quali sono le priorità di un vescovo oggi?

Le priorità non cambiano, sono quelle di sempre: essere sposo della Chiesa, padre e pastore del gregge. Ma con maggiore vicinanza al popolo. Direi che la logica del servizio è quella che più deve caratterizzare il vescovo. Servire la Chiesa, servire il popolo di Dio senza pretendere nulla per se stesso se non la ricerca costante della santità. Essere un pastore con “l’odore delle pecore” non è un ritornello da ripetere, ma un insegnamento da mettere in pratica.

Come rettore del Seminario di Firenze ha accompagnato al presbiterato più di cento preti e per dieci anni è stato visitatore dei Seminari d’Italia. Quanto è faticoso il ministero sacerdotale?

Prima di tutto direi che è bello essere prete. La fatica fa parte del ministero. Anche essere padre e madre è faticoso. Ma questo non toglie la gioia dell’unione e dell’essere genitori. C’è un’immagine stupenda di don Divo Barsotti che mi porto nel cuore: «Nei monumenti colui che deve essere ricordato e ammirato sta in cima al piedistallo, qui invece il sacerdote sta sotto il piedistallo e ne porta il peso. Tale peso il sacerdote lo innalza a Dio con la sua preghiera». Essere prete è dunque faticoso ma è una gioia unica.

La Cei guarda ai giovani anche in vista del Sinodo dei vescovi a loro dedicato nel 2018. Eppure nella Penisola l’universo giovanile è segnato da lavoro precario, solitudine virtuale, deficit di speranza. Come tornare a far sognare i ragazzi?

I giovani sono «come le rondini», diceva La Pira, «sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale che indica loro la rotta e i porti». I giovani non hanno bisogno di qualcuno che imponga loro che cosa sognare perché sono in grado di farlo da soli. Hanno molto più talento di noi vecchi e molta più capacità di pensare e immaginare un mondo nuovo. Hanno però necessità da parte degli adulti di due cose: che essi siano, come diceva Paolo VI, testimoni e maestri. Devono saper entrare in relazione con le generazioni adulte perché possano attingere alla fonte della sapienza e della saggezza. Hanno bisogno di vivere in un mondo che riesca a coniugare libertà e responsabilità senza credere alle facili illusioni del “tutto è permesso” e del “che male c’è se lo fanno tutti”. Il mondo attuale ha generato falsi miti che non aiutano la gioventù. L’Amoris laetitia in due passaggi parla di «bambini orfani di genitori vivi» e di «giovani disorientati e senza regole». Il Sinodo dovrà aprire una profonda riflessione su tutto questo. E come Chiesa siamo tenuti ad ascoltarli, a dare loro spazio, a renderli protagonisti.

Soffermiamoci sulla famiglia. In Italia i matrimoni calano; le convivenze crescono; anche le crisi familiari sono frequenti. Come annunciare il Vangelo della famiglia? E quanto le politiche a favore della famiglia possono aiutare a sostenere questo «tesoro prezioso»?

Sulla famiglia abbiamo un magistero estremamente ricco e una straordinaria esperienza come quella del recente Sinodo dei vescovi in due fasi. Le politiche sulla famiglia sono importantissime ma c’è una questione cruciale che bisogna ricordare con fermezza: la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, aperta ai figli, si colloca al centro della società. E mai come oggi occorre annunciare al mondo la vocazione e la straordinaria bellezza della famiglia. Annunciare oggi il Vangelo della famiglia con gioia e carità, senza imporre dei pesi sulle spalle, è basilare. Detto ciò, ci sono tre sfide decisive per la famiglia.

Quali, eminenza?

La prima sfida è di tipo esistenziale e risiede nelle difficoltà di formare e di essere una famiglia. Molte persone hanno dubbi che sia possibile dare amore “per sempre”. D’altra parte, le donne e gli uomini di oggi sono cresciuti in una società dove tutto viene consumato in modalità “usa e getta”. La seconda sfida è di tipo sociale e consiste nel riuscire a rendere su misura per la famiglia la nostra società sempre più complessa e logorante. Penso a che cosa significa per una famiglia vivere in una metropoli o in una sua periferia, alla mancanza di lavoro, ai costi degli asili, alle distanze, all’inquinamento, alla rottura delle vecchie reti di protezione dei nonni, alle difficoltà della donne a coniugare maternità e lavoro. La terza sfida si riferisce alla difesa dell’umano. Una sfida culturale e spirituale di grandissima portata che si deve basare sulla valorizzazione dei principi antropologici della persona umana così come sono stati definiti dalla tradizione dell’umanesimo cristiano e che oggi bisogna affrontare nelle scuole, nei luoghi di dibattito pubblico e persino in politica.

Lei richiama spesso Giorgio La Pira, cattolico a servizio del bene comune. Nell’Italia contemporanea i cattolici più impegnati si tengono lontani dall’impegno politico e il vocabolo “cattolico” è ridotto un’etichetta. Che cosa significa per i laici cattolici l’invito di Francesco a «immischiarsi » nella cosa pubblica?

A me sembra che oggi in tutto il mondo occidentale, non solo in Italia, siamo di fronte a una crisi profonda della politica e un po’ ovunque nascono dei movimenti che sbrigativamente definiamo populisti o antisistema. Dobbiamo domandarci: perché c’è questa crisi della politica? Perché si ha la sensazione che la politica sia sempre più autoreferenziale e distaccata dai problemi veri della gente? Voglio rispondere in modo molto semplice: secondo me, perché oggi ci troviamo di fronte a una “nuova questione sociale” a cui finora nessuno è stato in grado di fornire una risposta autentica. Se cito spesso il pensiero e l’azione di La Pira è perché sono convinto della necessità che si debba tornare a una politica che sia al servizio del bene comune. La “nuova questione sociale”, di cui dicevo, tiene assieme i fenomeni migratori con la politica ambientale, le questioni bioetiche con le scelte economiche e scaturisce da due fattori di fondo: la crisi dell’umano e un nuovo potere tecnico, come aveva intuito Romano Guardini. Perciò la Laudato si’ rappresenta oggi una prima risposta magisteriale che deve però ancora essere declinata nella vita pratica.

Quindi la Laudato si’ potrebbe essere una sorta di Rerum novarum dei tempi odierni?

Potrebbe essere qualcosa di simile e di nuovo al tempo stesso. Ai tempi di Leone XIII c’era il problema, attuale per allora, delle fabbriche e degli operai. Con la Rerum novarum scaturì un fiume di idee, pratiche ed esperienze politiche. Giorgio La Pira, quando iniziò a fare politica, aveva alle spalle una grande tradizione culturale a cui si aggiunse il suo sguardo profetico e il suo spirito evangelico: da qui nasce il bisogno di rispondere alle “attese della povera gente”. Questo è quanto attende i cattolici in politica nel prossimo futuro: comprendere appieno il mondo di oggi. Un mondo sempre più tecnico e anche sempre più individualista; avere uno sguardo profetico e uno spirito evangelico; rispondere per primo alle attese della povera gente. La sfida è enorme: bisogna guardare al futuro con coraggio e senza paura.

Ha sempre insistito sulla formazione politicosociale. Va rimessa in moto la macchina?

C’è chi accusa la Chiesa di aver voluto cattolici impegnati nella politica e nel sociale “eterodiretti”, ossia mossi dai vescovi. Non desideriamo laici che facciano la coda davanti ai palazzi vescovili o, come ha detto il Papa, che siano “baciapile” o più clericali del clero. C’è bisogno di cattolici responsabili che siano ponte fra la Chiesa e la società. Ma perché ciò si realizzi occorrono coscienze ben formate. Dovremmo ripartire dallo spirito che animò l’allora Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, il quale si spese per formare schiere di giovani “adulti nella fede” in grado di dedicarsi allo sviluppo del Paese. Una scuola di sana laicità che fa bene a tutti. Poi ho un sogno che mi auguro non sia una chimera: sogno cattolici impegnati nelle istituzioni che ascoltino la gente, che trovino lo spazio per pregare, che pratichino la giustizia, che diano voce agli ultimi.

La crisi economica in Italia si fa ancora sentire molto. La fame di lavoro è drammatica. E, come ha denunciato il Papa, delocalizzazioni e contratti capestro sono strumenti di sfruttamento e scarto di tanti lavoratori. Che cosa può dire la Chiesa?

Da anni incontro giovani senza lavoro che noi continuiamo a chiamare giovani ma che ormai sono adulti e che non trovano la forza e la speranza di formare una famiglia proprio perché non hanno un lavoro. Oppure incontro padri e madri che non hanno più un’occupazione; operai di 50 anni licenziati; parenti di persone che si sono tolte la vita per essere rimaste senza occupazione. Incontro anche imprenditori che con sforzi indicibili mantengono in piedi le loro aziende e non tagliano il personale. Il lavoro è la vera priorità per il Paese, come ricorda la Costituzione. Anzi è l’emergenza della nostra Italia. Quello che ha ribadito Francesco a Genova è di fondamentale importanza: la mancanza di lavoro è più drammatica della mancanza di un reddito. Dal lavoro passa la dignità della persona. Non si possono chiudere aziende quando non ci sono segnali di difficoltà ma solo per ragioni speculative; non si possono trasferire stabilimenti all’estero solo per massimizzare i profitti impiegando manodopera sottopagata. Una società a misura d’uomo si giudica dall’attenzione che riserva al lavoro degno, equamente retribuito, accessibile a tutti. Eppure giovani e meno giovani mi raccontano di situazioni di autentico sfruttamento in cui vengono comminati stipendi da fame in un regime di flessibilità che si traduce in precariato permanente; in cui si impone il lavoro nero; in cui si nega il meritato riposo. Tutto ciò è immorale. Ricordo che la Chiesa italiana è scesa in campo su questo versante come testimonia la lunga e proficua esperienza del “Progetto Policoro” e metterà il tema del lavoro al centro della Settimana sociale dei cattolici italiani in programma a ottobre a Cagliari.

Nella Penisola la povertà cresce. Alle porte della Caritas bussano in molti, troppi. Lei ha aperto il palazzo vescovile di Perugia agli emarginati. Il mondo cattolico ha promosso l’Alleanza contro la povertà e la proposta di un reddito di inclusione sociale. Che cosa è urgente fare?

Quando in una notte dello scorso inverno un gruppo di senzatetto ha chiesto aiuto prima al mio segretario e poi a me, ho spalancato le porte dell’episcopio e li ho accolti. Avevo ben presente quello che successe più di un secolo e mezzo fa al mio predecessore, il vescovo Gioacchino Pecci, poi papa Leone XIII, quando venne a conoscenza che un anziano, soprannominato “Uccellino”, era morto di freddo per le vie di Perugia. Da quel momento fece sorgere la realtà diocesana di Fontenuovo che ancora è residenza protetta per anziani. Di fronte a sacche di povertà oggi sempre più ampie e preoccupanti, la Chiesa italiana fa come san Francesco quando incontra “il cavaliere nobile ma povero”: si toglie il mantello per darlo a chi è nel bisogno. Lo dimostrano i fondi di solidarietà che da Nord a Sud sono stati voluti nelle diocesi, compreso quello della Cei; le straordinarie attività delle Caritas sparse sul territorio; la generosità delle parrocchie che hanno donato spazi a non chi non ha un alloggio; l’impegno insostituibile del nostro associazionismo. I poveri non fanno notizia e qualcuno sostiene che non pesino alle urne. Nei poveri, però, noi vediamo le piaghe di Cristo. Tuttavia non possiamo limitarci all’assistenza, alla cura, alla vicinanza. C’è urgenza di un nuovo stile di vita e soprattutto di un’attenzione autentica, anche da parte della politica, ai problemi della povertà.

Il Mediterraneo è ormai un “mare di morte” come testimoniano le continue tragedie dell’immigrazione forzata e irregolare. Eppure contro lo straniero c’è chi cavalca solo l’onda della paura. Diocesi e parrocchie hanno aperto le porte ai profughi. Come alimentare la buona cultura dell’accoglienza?

Sono veri e propri crocifissi della storia coloro che si imbarcano sulle carrette del mare diretti verso l’Europa. Spesso riescono ad approdarci, talvolta muoiono in quei mari diventati cimiteri delle loro speranze e del loro desiderio di pace, riscatto, dignità. Purtroppo anche nella nostra Italia solidale emerge un’indole del rifiuto favorita dalla crisi e amplificata dalla demagogia. L’equazione migrante-criminale, proposta anche dai media, non è solo una falsità ma anche un pregiudizio radicato nell’egoismo. È necessario superare l’indifferenza e anteporre ai timori un generoso atteggiamento di accoglienza. La Chiesa italiana sta dando l’esempio anche ricevendo critiche cui, però, non bada. Inoltre tante famiglie e associazioni sono diventate “abbraccio caloroso” per chi fugge dalle guerre e dalla miseria. Di fronte agli sforzi italiani, l’Europa dovrebbe fare molto di più. Basta muri, fili spinati, decisioni di stampo nazionalistico. Se l’Europa vuole essere casa comune, deve partire proprio da un rinnovato e differente impegno nel campo dell’accoglienza. Accoglienza che significa anche rispetto da parte di chi arriva di regole e tradizioni. Il che non vuol dire cancellazione delle differenze ma arricchimento reciproco senza imposizioni o stravolgimenti. Certo, i fenomeni migratori si affrontano andando alle radici, ossia intervenendo sulle cause che li provocano. In quest’ottica vorrei evidenziare la campagna Cei “Liberi di partire, liberi di restare” che prevede una progettazione a partire dalle realtà locali nei Paesi d’origine, in quelli di transito e in Italia.

Sembra agli occhi di una parte dell’opinione pubblica che i migranti siano più pericolosi della criminalità organizzata, delle mafie. Venticinque anni fa venivano uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quanto la Chiesa può essere “pulpito” di legalità?

La Chiesa ha molti preti uccisi in odio alla fede per essersi opposti alla violenza. Uno è don Giuseppe Diana sulla cui tomba ho avuto occasione di pregare. E una delle figure che ho conosciuto personalmente e che va elevato a modello è don Pino Puglisi, “martire” di mafia. Come dimostrano le loro uccisioni, la criminalità organizzata è una realtà drammatica ma non invincibile. Chi vive nelle organizzazioni criminali è fuori dalla comunione ecclesiale anche se si ammanta di religiosità. Fra Chiesa e mafie non può esserci alcuna connivenza, alcun contatto, alcun “inchino”. L’azione corale di vescovi e sacerdoti del Mezzogiorno, le prese di posizione ufficiali anche delle regioni ecclesiastiche, il grande sforzo di alcuni gruppi laicali aprono nuove vie che, insieme alla denuncia, contemplano l’educazione e soprattutto la testimonianza. Ricordo, quando ero vescovo di Massa Marittina-Piombino, l’incontro con alcuni boss della mafia nel supercarcere dell’isola di Pianosa. Avevano sguardi magnetici, capacità di pensiero, attitudine nel trascinare le persone. Se quei talenti fossero stati messi a servizio del bene invece che del male, chissà che uomini sarebbero stati... Hanno scelto l’odio, la morte, la sopraffazione, le tenebre. Mi preme, poi, dire “grazie” alle forze dell’ordine e alla magistratura per il loro indispensabile lavoro che è stato pagato anche con il sangue: oltre a Falcone e Borsellino, vorrei ricordare il giudice “ragazzino” Rosario Livatino di cui è in corso il processo di beatificazione.

Ha raccontato che in una scuola un bambino musulmano le ha tirato la talare per chiederle di portare il suo saluto al Papa. Come favorire nel nostro Paese il dialogo fra le fedi?

Ho ancora ben presente gli occhi di quel piccolo. Mi voleva parlare a ogni costo e, quando mi ha raggiunto, mi ha detto che in televisione vedeva sempre il Papa e che i suoi genitori glielo descrivevano come un saggio da ascoltare. Parte da gesti come questo il dialogo fra le fedi. Durante il suo recente viaggio in Egitto, papa Francesco ha ribadito che le religioni sono chiamate a camminare insieme nella convinzione che l’avvenire dipende anche dall’incontro tra i credi e le culture. Evitiamo i preconcetti, ma al tempo stesso diciamo “no” a qualsiasi deviazione che eleva la religione a spada o ne fa strumento di vessazione. L’incontro fra cattolici e islamici, ad esempio, è già realtà nelle scuole italiane, nelle fabbriche, persino nelle nostre case. Favoriamo la conoscenza reciproca e l’educazione alla cultura dell’incontro. Accanto al dialogo interreligioso va incentivato il cammino ecumenico. Sono sempre di più le chiese che come diocesi abbiamo messo a disposizione degli ortodossi; e si allargano i momenti di scambio con le comunità protestanti che quest’anno celebrano i 500 anni della Riforma di Lutero.

Lei ha 75 anni. Ha parlato di sé come un “vecchio che ha sogni”. Elogia spesso le «famiglie eroiche» che curano anziani e malati non autosufficienti. Eppure nella nostra società l’anziano sembra un peso. Perché?

Perché prevale la logica dello scarto. Un anziano è apparentemente inutile. È solo un costo per la sua salute cagionevole e per l’assistenza. È vero, invece, esattamente il contrario. Gli anziani sono prima di tutto delle persone ricche. Ricche non di denari, ma di sapienza, esperienza, saggezza. Una ricchezza enorme, di grandissimo valore. Una ricchezza che soprattutto non si può comprare con nessun denaro. La sapienza e la saggezza dell’anziano si vive! Non si acquista al mercato e non la si apprende sui banchi di scuola.

Il cardinale Angelo Bagnasco, concludendo il suo decennio alla guida della Cei, ha invitato il suo successore a «essere se stesso». Come sarà se stesso Gualtiero Bassetti?

Penso che il cardinale Bagnasco abbia dato il consiglio più bello al suo successore: non mettere una maschera. Questo è il primo punto della mia agenda: essere me stesso. Anche perché ritengo di essere un pessimo attore. Cercherò di essere fedele alla mia povera storia e a quello che sono sempre stato: un sacerdote. Un prete fiorentino che si appresta all’impegno della presidenza Cei consapevole dei propri limiti ma anche con tanta gioia e responsabilità. Per tutto il resto ci penserà il buon Dio.