Chiesa

L'intervista . Parolin: la Chiesa è pacifista perché crede e lavora per la pace

Redazione Internet martedì 9 agosto 2022

Il cardinale Parolin

Nella guerra tra Russia e Ucraina, come in tutti i conflitti, "il disarmo è l'unica risposta adeguata e risolutiva a tali problematiche, come sostiene il magistero della Chiesa. Si rilegga, ad esempio, l'enciclica "Pacem in terris" di san Giovanni XXIII. Si tratta di un disarmo generale e sottoposto a controlli efficaci. In questo senso, non mi pare corretto chiedere all'aggredito di rinunciare alle armi e non chiederlo, prima ancora, a chi lo sta attaccando". Lo ha detto il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin in un'intervista a Limes dal titolo "La Guerra Grande", a cura di Lucio Caracciolo e Guglielmo Gallone. Molti i temi trattati, dall'accordo tra Santa Sede e Cina alla possibilità di una visita del Papa a Kiev, che sono stati ripresi anche da Vatican Media.

La Chiesa è per la pace: "Il Vangelo - sottolinea Parolin - è annuncio di pace, promessa e dono di pace. Tutte le sue pagine ne sono piene". "La Chiesa segue l'esempio del suo Signore: crede nella pace, lavora per la pace, lotta per la pace, testimonia la pace e cerca di costruirla. In questo senso è pacifista".

Parolin ricorda la posizione della Chiesa sulle armi: "Quanto al ricorso alle armi, il catechismo della Chiesa cattolica prevede la legittima difesa. I popoli hanno il diritto di difendersi, se attaccati. Ma questa legittima difesa armata va esercitata all'interno di alcune condizioni che lo stesso catechismo enumera: che tutti gli altri mezzi per porre fine all'aggressione si siano dimostrati impraticabili o inefficaci; che vi siano fondate ragioni di successo; che l'uso delle armi non provochi mali e disordini più gravi di quelli da eliminare. Il catechismo, infine, afferma che nella valutazione di questa problematica, gioca un ruolo importante la potenza dei moderni mezzi di distruzione. Per tali ragioni, papa Francesco, nell'enciclica "Fratelli tutti" afferma che non si può più pensare alla guerra come a una soluzione, perché i rischi - sottolinea il Segretario di Stato vaticano - saranno probabilmente sempre superiori all'ipotetica utilità che le viene attribuita.

Sulla possibilità di un viaggio di papa Francesco nei Paesi in conflitto nell’Europa orientale, il Segretario di Stato precisa che il desiderio più grande del pontefice, «e quindi la sua priorità», è che «attraverso i suoi viaggi si possa giungere a un beneficio concreto. In quest’ottica, egli ha detto di volersi recare a Kiev per portare conforto e speranza alle popolazioni colpite dalla guerra. Allo stesso modo, ha annunciato la sua disponibilità di viaggiare anche a Mosca, in presenza di condizioni che siano veramente utili alla pace». Parolin ha poi osservato che quello fra Roma e Mosca è un «dialogo difficile, che procede a piccoli passi e che conosce anche fasi altalenanti», ma «non si è interrotto». L’incontro a Gerusalemme tra papa Francesco e il patriarca Kirill è stato sospeso perché «non sarebbe stato capito e il peso della guerra in corso l’avrebbe troppo condizionato».

Una parte fondamentale dell’intervista è dedicata all’accordo segreto tra la Santa Sede e la Cina. «Il dialogo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese – afferma il Segretario di Stato – iniziato per volontà di san Giovanni Paolo II e proseguito durante i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco, ha portato nel 2018 alla firma dell’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi in Cina. Proprio la caratteristica della provvisorietà ha consigliato alle parti di non renderlo pubblico, nell’attesa di verificarne il funzionamento sul terreno e decidere in merito» Inoltre, aggiunge Parolin, in «quanto alla valutazione degli esiti dell’accordo mi sembra di poter dire che sono stati fatti passi in avanti, ma che non tutti gli ostacoli e le difficoltà sono stati superati e quindi rimane ancora strada da percorrere per la sua buona applicazione e anche, attraverso un dialogo sincero, per un suo perfezionamento».

Se Caracciolo e Gallone fanno notare come nel mondo contemporaneo «le potenze sembrano non riuscire più a intendersi», «antiche regole e abitudini diplomatiche vengono violate» e «i toni polemici arrivano fino agli insulti sanguinosi fra capi di Stato», l’auspicio di Parolin è proprio quello che tutte le diplomazie assumano uno sguardo universale, impegnandosi a tutelare la dignità e i diritti fondamentali, difendere i più deboli e gli ultimi della terra, operare in favore della vita. Imparando a «respirare al ritmo dell’universalità».

Parolin conclude con lo stesso grido di san Paolo VI alle Nazioni Unite, il 4 ottobre 1965: 'Mai più guerra!'".