Chiesa

A Roma. Riccardi: la guerra, madre di ogni povertà. Ritorna lo spirito di Assisi

Mimmo Muolo mercoledì 6 ottobre 2021

La preghiera finale si terrà al Colosseo con la memoria dei morti di tutti i conflitti. Qui, in una foto d'archivio, una fiaccolata per i cristiani perseguitati

Ritorna lo spirito di Assisi, che neanche la pandemia ha potuto fermare del tutto. E torna oggi e domani a Roma, con una due giorni che, su iniziativa della Comunità di Sant’Egidio, vedrà coinvolti insieme al Papa personalità eminenti del mondo ortodosso (il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo), musulmano (il grande imam di Al-Ahzar, Ahmad Al-Tayyeb) ed ebraico (il rabbino Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza dei rabbini europei), oltre che del mondo politico, come Angela Merkel.

Una prima giornata di incontri e tavole rotonde, cui seguirà una preghiera e un incontro per la pace sulla piazza del Colosseo, con un minuto finale in memoria dei morti di tutte le guerre e la diffusione di un messaggio di pace. «È la prova –afferma il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi – che sta una emergendo una cultura del bene comune, con al centro proprio il tema della pace, e che le grandi religioni vogliono contribuire alla diffusione di questa cultura».

Assieme al Papa il patriarca ortodosso Bartolomeo I il grande imam di al-Azhar, Al-Tayyeb e il presidente dei rabbini europei Goldschmidt. La preghiera finale al Colosseo con la memoria dei morti di tutti i conflitti e un appello di pace

Nel 1986 lo storico incontro di Assisi. Oggi e domani Roma e il cammino prosegue. Quanto fu profetica l’intuizione di Giovanni Paolo II?
La sua vera intuizione fu quella di andare oltre i dialoghi bilaterali, pregando insieme per la pace davanti al mondo. Assisi rappresenta una profezia, ma anche un’estetica del dialogo interreligioso. Tutti videro che le religioni erano insieme. Ci furono critiche, qualcuno temette che le religioni fossero considerate tutte uguali, ma nello spirito di Assisi c’era già la preconizzazione della fine della guerra fredda e di un mondo che si globalizzava.

Dove ha portato quell’intuizione?
A un dialogo non fatto tra i “dialoghisti” negli alberghi lusso o in sedi accademiche, ma a un movimento che progressivamente ha coinvolto la gente e ha espresso sentimenti profondi. È vero che oggi ci ritroviamo, dopo la crisi dell’Afghanistan, con la vittoria di un radicalismo religioso e ci chiediamo: a che cosa è servito tutto questo dialogo? Ma il dialogo è come la preghiera. Non si può dire a che cosa è servito. Tanto è vero che oggi il radicalismo è limitato ad alcune fasce nel mondo islamico, specie in Africa. Invece in meno di 40 anni è nato un acclimatamento delle religioni nel mondo globale. Religioni che interpretano un anelito al bene comune. Noi che abbiamo vissuto il ’900, conosciuto religioni che benedicevano la guerra, misurato ostilità e diffidenze, e abbiamo visto come fossero per il dialogo solo delle frange, oggi abbiamo all’incontro di Roma personalità come Bartolomeo e Al-Tayyeb, con il quale papa Francesco ha firmato una piattaforma importante per il vivere insieme che coinvolge molti musulmani. Dunque mentre vediamo, anche in questo panorama postpandemico, le religioni porre al centro il bene comune e la pace, non altrettanto possiamo dire per gli Stati e anche le organizzazioni internazionali.

Come recita il titolo di una delle tavole rotonde di oggi, la pace è possibile.
Certo, perché è il maggior bene comune. E al contrario la guerra è la madre di tutte le povertà e di tutte le infelicità. Oggi le religioni hanno fatto un passo in profondità molto importante, proprio ponendo al centro il tema della pace. E questo è arrivato anche alla base dei credenti, perché chi si rifiuta di cercare insieme la pace e il bene comune, vive in una dimensione settaria, che spesso diventa anche dimensione bellicosa. Verbale, ma non solo.

Come incideranno i fatti dell’Afghanistan sull’incontro di Roma?
Quegli eventi chiudono un ventennio di guerra e aprono uno scenario nuovo, estremamente complesso in cui c’è una timidità ad avere visioni di futuro. Questo mi sembra il grande problema oggi e le religioni hanno un grande compito in tal senso.

Quanto in questi decenni i musulmani si sono realmente coinvolti nel dialogo interreligioso?
Questa domanda si potrebbe fare anche sui cattolici o anche sugli ebrei. Io ho notato grandi cambiamenti in 40 anni. Pensiamo all’atteggiamento che ha avuto l’ayatollah Al-Sistani durante il viaggio del Papa in Iraq, pensiamo a figure come Al-Tayyeb. Non si tratta di confraternite marginali, ma di personalità espressive di mondi e di popoli. Ormai molti musulmani sentono che questo islam radicale e terrorista li offende in profondità, perché sono persone che vogliono vivere una vita normale e pacifica.

Quali sono i campi in cui questo dialogo di fraternità può esplicarsi?
Più che campi, secondo me si tratta di una cultura, di un clima. Dare un senso al vivere insieme. Stiamo attenti a non ridurre tutto a un’operatività comune, sia pure su temi importanti come il clima. Credo che occorra creare un orizzonte in cui con libertà e nelle differenze insopprimibili le diverse comunità religiose si possano muovere e operare. Come diceva Giovanni Paolo III non più le une contro le altre, ma le une con le altre.

Che cosa auspica come frutto dell’incontro di oggi e domani?
Sono preoccupato della rivalutazione della guerra nella politica internazionale. Abbiamo vissuto vent’anni in cui si è mostrato che le guerre non servono a niente. Dunque bisogna inaugurare una nuova stagione in cui la pace sia al centro. E chi deve metterla al centro se non le religioni?