Chiesa

Bari. «La cultura mediterranea? Comunità, affettività, ospitalità»

Alessandro Zaccuri, inviato a Bari giovedì 20 febbraio 2020

Un momento dell'incontro "Mediterraneo frontiera di pace"

Comunità, affettività, ospitalità: sono i pilastri della cultura mediterranea indicati dalla teologa Pina De Simone nell’intervento che ha aperto la prima giornata di lavori dell’incontro "Mediterraneo frontiera di pace”, in svolgimento al Castello Svevo di Bari.

Al centro della riflessione di De Simone (che è, tra l’altro, coordinatrice del biennio sulla teologia dell’esperienza religiosa nel contesto del Mediterraneo presso la Pontificia Università teologica dell’Italia Meridionale) sta l’interrogativo sulle nuove modalità della traditio fidei in società sempre più fortemente segnate dalla secolarizzazione. Una sfida resa ancora più complessa dall’emergere di tendenze teocratiche e fondamentaliste all’interno di molti Paesi dell’area mediterranea, con gravi conseguenze specie per quanto riguarda la libertà religiosa.

«La fede è esperienza – ha ricordato De Simone – e come tale ha bisogno di essere presentata, di essere testimoniata con semplicità e in maniera limpida. L’annuncio passa attraverso l’esperienza e aiuta a leggere l’esperienza, quella propria di ciascuno e quella condivisa». Per il cristiano, in particolare, la fede in Gesù diventa il criterio che permette di interpretare la storia personale e dei popoli. «È quella che La Pira chiamava “storiografia del profondo”», ha ribadito la teologa richiamandosi alla figura e al pensiero del sindaco di Firenze, le cui intuizioni stanno all’origine dell’incontro barese.

Esiste, dunque, una mediterraneità del cristianesimo che va riscoperta non solo in prospettiva storica, ma anche e specialmente nella pratica della dimensione comunitaria, affettiva (è il tema, per esempio, della pietà popolare) e ospitale: «Basta pensare – afferma De Simone – alle tante esperienze di accoglienza dello straniero e di convivenza pacifica tra persone di fede diversa che hanno visto e ancora vedono coinvolta la gente comune nella semplicità dei gesti quotidiani, al di là di ogni forzata contrapposizione ideologica e politica, e che sono vissute non mettendo tra parentesi la propria fede ma proprio a partire da questa. Per l’islam come per l’ebraismo l’ospite è sacro. Nella rivelazione biblica lo straniero e l’ospite sono manifestazioni della presenza divina».

Anche da qui si può ripartire per sperimentare forme innovative di trasmissione della fede, che valorizzino la testimonianza delle minoranze cristiane presenti nell’area mediterranea, riconoscano la «forza generatrice» del martirio, educhino le coscienze, e si pongano, in definitiva, alla scuola dei poveri e degli ultimi. Non per niente, la conclusione è affidata a un apologo che sant’Agostino racchiude nel suo commento ai Salmi: «Si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi al pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare che li separa poggiano la testa sulla schiena altrui. Succede così che uno soltanto, quello che apre la fila, tiene alta la propria testa senza appoggiarla sugli altri; quando però egli si è stancato, si toglie dal davanti e si mette per ultimo, sicché anche lui può appoggiarsi sul compagno. In questo modo tutti insieme portano i loro pesi e giungono alla meta desiderata: non affondano, perché la carità fa loro come da nave».

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