Chiesa

L'inventore delle Gmg. In quattro parole il segreto che ha convinto le nuove generazioni

Mimmo Muolo mercoledì 23 aprile 2014
Di santi giovani, e vicini ai giovani, ce sono sta­ti diversi nei 2.000 anni di storia cristiana. Ma il rapporto che Giovanni Paolo II ha saputo instaurare con la generazione del suo tempo è del tut­to speciale e in qualche modo paradigmatico. L’in­ventore (e ora anche patrono) delle Gmg ha infatti rivoluzionato l’approccio della Chiesa all’universo giovanile, in virtù di una metodologia sperimentata fin da quando era un semplice sacerdote, e poi affi­nata negli anni. Potremmo dire che questo speciale rapporto è racchiuso in quattro verbi – ascoltare, o­sare, accogliere ed esigere – che costituiscono altret­tanti pilastri di quella metodologia.  Ascoltare, innanzitutto. «Nessuno ha inventato le Giornate mondiali dei giovani – disse al suo intervi­statore nel libro Varcare la soglia della speranza –. Furono proprio loro a crearle. Quelle Giornate, que­gli incontri, divennero da allora un bisogno dei gio­vani di tutti i luoghi del mondo». Un’affermazione che dimostra come le Gmg nascano dall’ascolto dei ve­ri bisogni giovanili e dalla capacità di intessere con loro un dialogo a tutto tondo, a volte anche scomo­do, ma sempre sincero. Osare. Quando per la prima volta Giovanni Paolo II chiamò i giovani a Roma (era la Domenica delle Pal­me dell’Anno Santo straordinario della Redenzione, 1984), alcuni cercarono di dissuaderlo. In effetti era­no anni difficili. La ge­nerazione del ’68 aveva lasciato il campo allo yuppismo edonista de­gli anni ’80. E in molti ecclesiastici era diffusa una sorta di rassegna­zione di fronte a un’ap­parente incomunicabi­lità. Il Papa del «non ab­biate paura» non ebbe timore neanche in quel caso. E i fatti, come sap­piamo, gli hanno dato ragione. La sua audacia nel portare Cristo ai giovani e i giovani a Cristo ha prodotto grandi risultati.  Accogliere. Il particolare carisma di Karol Wojtyla ha fatto il resto. Con i suoi giovani ha dialogato in tutti i modi, utilizzando ogni linguaggio possibile, anche quello dello scherzo sul proprio nome («Lolek non è serio, Giovanni Paolo II lo è troppo, chiamatemi Ka­rol », Manila, 1995). Ma soprattutto ha mostrato il volto della paternità spirituale a una società che a­veva smarrito l’identità dei padri. E ha accolto i gio­vani – ai quali aveva detto fin dall’inizio «Voi siete l’avvenire del mondo, la speranza della Chiesa! Voi siete la mia speranza» – tra le braccia materne della Chiesa.  Esigere. Karol Wojtyla è stato un amico esigente del­le nuove generazioni. Resta emblematico quello che disse a Utrecht, in Olanda, il 13 maggio 1985: «La­sciate che vi parli francamente. Siete proprio sicuri che l’immagine che avete di Cristo corrisponda alla realtà? Il Vangelo ci mostra un Cristo esigente che vuole indissolubile il matrimonio, che condanna l’a­dulterio anche solo nel desiderio. In realtà Cristo non è stato indulgente in fatto di amore coniugale, di a­borto, di relazioni sessuali, prima e fuori del matri­monio, di relazioni omosessuali». Parole che sem­brano scritte ieri. Il Papa santo non ha fatto sconti sul­la dottrina, non ha giocato al ribasso, anzi ha pro­gressivamente alzato l’asticella, chiedendo ai giova­ni di vivere la vita cristiana secondo la misura alta del­la santità. Il suo testamento spirituale resta il man­dato missionario di Roma 2000. «Vedo in voi le sen­tinelle del mattino, in quest’alba del terzo millennio. Nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere stru­menti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando di persona se necessario. Voi non vi rasse­gnerete a un mondo in cui altri esseri umani muoio­no di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo svi­luppo terreno e vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tut­ti ». È il duc in altum applicato ai giovani. Una rotta sulla quale Papa Wojtyla continua ora a vegliare dal cielo.