Chiesa

Don Saulo Scarabattoli. Il parroco padre sinodale: «Non alziamo mura. Vediamo il positivo»

Giacomo Gambassi martedì 13 ottobre 2015

Lo spazio per le celebrazioni si chiama “Abbà”, Padre; uno dei saloni ”Betlemme”. «No, non è un condominio civile. Qui abita una famiglia di famiglie, una comunità immersa nel mistero di Dio che fra queste mure coniuga preghiera e carità, Vangelo e vicinanza», racconta monsignor Saulo Scarabattoli. Nel centro parrocchiale “Shalom” della comunità dello Spirito Santo a Perugia, persino i nomi rimandano alla famiglia. E il sacerdote che la guida, «don Saulo», come tutti lo chiamano in questa parrocchia nel cuore del capoluogo umbro, è stato scelto dal Papa come padre sinodale. Uno dei due parroci voluti da Bergoglio nell’assise che si tiene in Vaticano. «Perché ci ha convocato? Forse perché siamo in corsia». Cioè? «Se ci affidiamo all’immagine della Chiesa come ospedale da campo cara a Francesco, i parroci sono come i medici di reparto, mentre i vescovi rappresentano i primari. Il medico di corsia sa tutto dei pazienti, li conosce per nome, cura le loro ferite e ascolta le speranze».

Settantatrè anni, perugino doc, sacerdote da quasi cinquanta, monsignor Scarabattoli è uno con le mani in pasta. Ma non definitelo “prete di frontiera”, anche se il centro “Shalom” è aperto a chi è in difficoltà e ogni settimana lui entra nella sezione femminile del carcere di Perugia di cui è cappellano. Quando parla di famiglia, ne descrive i variegati volti. «Dietro le sbarre – afferma – la famiglia è un sogno e una nostalgia. Il rapporto con i parenti d’origine è spesso segnato dalla sofferenza. Persino il legame con i figli è complesso: talvolta non accettano l’errore commesso dal genitore e lo giudicano. Però, quando avviene un gesto di riconciliazione, è una festa». Sembra di sentire la parabola del “figliol prodigo” ambientata fra le celle. «Se una detenuta mi dice che ha potuto telefonare al figlio o magari ha ricevuto dal suo “piccolo” una lettera dopo anni che non aveva notizie, è ben più che aver vinto al Superenalotto». Nel penitenziario possono esserci anche bambini fino a tre anni accanto alle madri recluse. «Nella tristezza questa è un’occasione di serenità – sostiene il sacerdote –. Tutte le donne si prendono cura del bimbo. È come se avesse decine di zie o nonne».

Appena rientra in parrocchia, don Saulo si imbatte un’altra icona di famiglia. «È quella di chi affronta un cammino di fede, di chi vive con gioia il sacramento del matrimonio, di chi sperimenta anche nella crisi la misericordia del Signore». Nel quartiere – che «non è certo quello di una metropoli», tiene a precisare – la famiglia assume ulteriori connotazioni. «Ci sono molte esperienze di convivenza, numerose separazioni, parecchie famiglie allargate. Basta anche soltanto confrontarsi con i ragazzi del catechismo per rendersene conto». Si fa fatica a dire “per sempre”. «O meglio a crederci – osserva il parroco –. Nei corsi per i fidanzati, ogni volta che affronto il tema dell’indissolubilità del matrimonio, mi sento ribattere: “E se finisce l’amore?”. Non si pensa che l’amore si costruisce giorno per giorno: non è un temporale che si abbatte sulle nostre teste indipendentemente da noi. Oggi prevale la concezione dell’amore come attrazione o desiderio di stare insieme. Ma, come sosteneva il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, sarà il matrimonio a sostenere l’amore».

Accoglienza è uno dei vocaboli amati da don Saulo. «Guardiamo alle coppie che hanno optato per la convivenza. Vanno trattate con rispetto: invece di dire soltanto ciò che manca, dovremmo imparare a ringraziare per quanto già c’è. Non serve alzare mura. Piuttosto facciamo capire che il Signore potrebbe donare loro molto di più». Poi ci sono i separati e i divorziati. «Il primo passo è l’integrazione – afferma il sacerdote –. Sull’ammissione dei risposati alla Comunione il discorso è più articolato. A mio parere è essenziale il giudizio della coscienza personale, sorretta da una buona direzione spirituale, che non la riduca a banale opinione». E, se si accenna alla misericordia, il parroco perugino risponde subito: «Nell’incontro con l’altro parto sempre dalla misericordia, vale a dire dalla persona. È fondamentale coniugare verità e carità. Tuttavia la questione di fondo sta nell’approccio: da quale dimensione partire? Se devo scegliere, prima guardo negli occhi il prossimo e poi lo guido verso la retta via».