Chiesa

Intervista. Il Papa in sinagoga: messaggio di pace

STEFANIA FALASCA martedì 12 gennaio 2016
Fin dalla elezione di Francesco il rabbino capo della storica Comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, ha avuto diversi contatti e incontri personali con il Papa. Da subito, «per desiderio condiviso», è entrata in agenda la possibilità di una sua visita al Tempio Maggiore. Dal suo studio di Lungotevere de Cenci, Di Segni delinea oggi l’importanza della terza visita di un Pontefice alla sinagoga nel contesto storico segnato dai conflitti che stiamo vivendo, nel progresso delle relazioni e del dialogo ebraico-cattolico a cinquant’anni dalla Nostra aetate. E parla dell’urgenza del messaggio che l’incontro di domenica vuole evidenziare e rilanciare. Come si svolgerà il prossimo incontro del Papa al Tempio Maggiore e qual è il carattere che si è voluto dare a questa visita? La visita, comprensiva del momento importante all’interno del Tempio con i discorsi ufficiali, ha il carattere e lo scopo di un incontro diretto, personale e collettivo con la Comunità ebraica di Roma e con alcune rappresentanze ebraiche internazionali che ci tengono a incontrare papa Francesco. La presenza istituzionale italiana è pertanto ridotta all’essenziale. In prima fila sarà il popolo della Comunità ebraica nelle sue varie componenti: da chi si occupa dei poveri alle famiglie colpite dal terrorismo, ai giovani, agli ex deportati che costituiscono le diverse sfaccettature odierne e rappresentative di una comunità storicamente dirimpettaia al Vaticano. È perciò una visita scandita e concentrata essenzialmente nell’incontro diretto con le persone. È prevista una larga partecipazione? Avremo il Tempio strapieno, al limite della capienza. La visita alla sinagoga di papa Francesco avviene esattamente sei anni dopo quella di Benedetto XVI del 17 gennaio del 2010 e a trent’anni da quella di Giovanni Paolo II. Rispetto ad esse quali sono le differenze? La visita di Giovanni Paolo II è stata uno spartiacque nei rapporti ebraico-cristiani. La seconda di Benedetto XVI ha sottolineato, con il suo stile, una continuità. Ciascuna delle due visite va inserita nel contesto delle diverse contingenze. Perché è importante la visita di papa Francesco? Un primo aspetto è proprio quello della continuità su una strada di amicizia segnata dai suoi predecessori. È importante perché nel percorso del dialogo nulla deve essere mai dato per scontato e non era scontato che ci potesse essere una nuova visita. Siamo sempre attenti al percorso comune e riteniamo ogni passo importante. La visita di papa Francesco non sarà un mero rituale ereditato dai suoi predecessori, è una nuova tappa, si rinnova di sentimento e si coprirà di nuovi significati. E quale significato, secondo lei, assume in questo momento? La visita di Francesco in sinagoga ha il suo significato e la sua forza proprio nel contesto storico che stiamo vivendo. Il mondo è insanguinato da conflitti. Siamo preoccupati per l’estremismo dilagante e le violenze che si compiono in nome delle religioni, per gli indirizzi che possono prendere certe scelte politiche. Il nostro incontro vuole concordemente dare un segnale che è attualissimo, importantissimo e urgente: il messaggio che l’appartenenza a una fede, a una religione non deve essere motivo di ostilità, di odio e di violenza ma è invece possibile costruire una convivenza pacifica, sul rispetto e la collaborazione proprio in nome della propria religione. È un segnale in controtendenza… Ma è l’idea vincente in questo momento. Il prossimo incontro con papa Francesco attualizza la diversità religiosa come dimostrazione di convivenza, di collaborazione per il bene di tutti, perché le religioni sono portatrici di pace e di valori positivi, utili a tutta la società. Il momento difficile può essere superato positivamente in questa prospettiva. È necessario allargare l’esempio ad altre componenti. Bisogna creare una gara virtuosa. Lei ha incontrato già diverse volte papa Francesco, quali temi di rilievo avete affrontato in questa prospettiva? Dai problemi sociali che affliggono l’Europa all’immigrazione, all’emergenza umanitaria. Si è ragionato sull’impegno delle religioni in questo senso e sui futuri progetti di collaborazione. Proprio ieri il Papa ha reiterato i suoi appelli sulla questione degli immigrati… Sull’emigrazione abbiamo presentato le nostre analisi, la nostra disponibilità e le nostre perplessità, fermo restando l’aspetto fondamentale che è iscritto nel nostro Dna storico che il migrante deve essere protetto. La Shoah ci deve far ricordare anche soprattutto l’importanza della convivenza con il vicino e con il diverso. Qualcuno ha detto che l’Europa è nata da Auschwitz, non si può finire con un’altra Auschwitz. Si deve mostrare che qui in Europa siamo insieme per vivere e collaborare, non per distruggere perché la convivenza è possibile. Ricordando i cinquant’anni dalla Nostra aetate Francesco ha sottolineato «la vera e propria trasformazione che avuto in questo tempo il rapporto tra cristiani ed ebrei». Anche da un punto di punto di vista teologico il dialogo intra-religioso ha fatto dei passi avanti. Per lei quali sono significativi? Di recente la Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo ha pubblicato un documento. Direi che si tratta di un documento importante perché è una sintesi di quanto è stato compiuto in questi cinquant’anni e della riflessione teologica da parte cattolica che porta a dei chiarimenti importanti e a delle precisazioni necessarie. In particolare, ad esempio, sul rifiuto di una missione istituzionale dei cristiani in relazione agli ebrei. Ma non tutto è risolto, diversi aspetti debbono ancora essere sviluppati e approfonditi. Posso dire che si tratta fin qui di un onorevole armistizio. Come viene considerata la consapevolezza di questo dialogo intra-familiare da parte della Comunità ebraica?  Il mondo ebraico è estremamente variegato. Solo un piccolo gruppo di specialisti si occupa di queste questioni. La gente comune vede i fatti e sui fatti misura il valore di un rapporto. Un ebreo che vive in Europa coglie e apprezza il fatto che il clima dei rapporti è sostanzialmente cambiato, decisamente migliorato, anche se ci sono difficoltà sulle quali bisogna ancora lavorare. Questo è importante. Ma c’è differenza con gli ebrei che vivono nello Stato di Israele. C’è questo duplice aspetto da considerare. Non è semplice. La visita cade anche nel contesto dell’Anno giubilare della misericordia, nella cui bolla d’indizione papa Francesco ha voluto menzionare in modo particolare il legame con l’ebraismo… Un evento come questa visita alla Comunità ebraica di Roma certamente serve a consolidare ancora di più i rapporti e a dare forti segnali visibili in questo senso.