Chiesa

Missione. Il Nobel del cuore. I tre premiati: la vita per il Vangelo

Gerolamo Fazzini sabato 20 ottobre 2018

Carla Magnaghi - Suor Evelina Mattei - Padre Giampaolo Carraro

Solo un pazzo, oppure un uomo di grande fede, può immaginare che sia possibile «evangelizzare l’inferno». Ma è esattamente ciò che dal 2005, a San Paolo del Brasile, sta facendo padre Gianpietro Carraro. Questo missionario di 58 anni – nato a Sandon di Fossò ( Venezia) e ordinato prete a Chioggia nel 1987 – ha scelto di vivere insieme al popolo della strada: senza fissa dimora, drogati, alcolizzati, gli “scarti” della società in cui papa Francesco ci invita a vedere la carne di Cristo.

Don Gianpietro riceve oggi a Concesio (Brescia) il Premio Cuore amico, il cosiddetto Nobel dei missionari, che ogni anno viene attribuito a persone che si siano particolarmente distinte nel campo della carità, nel mondo. Insieme a lui verranno premiate Evelina Mattei, suora Maestra di Santa Dorotea di 70 anni, impegnata nella Repubblica Democratica del Congo, e Carla Magnaghi di 76 anni, laica consacrata dell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità, attiva in Sud Sudan. In Brasile da 24 anni, nel 2005 padre Gianpietro ha iniziato un’esperienza nuova, chiamata Missão Belém (Missione Betlemme) che nel 2010 ha ricevuto l’approvazione diocesana del cardinale Odilo Scherer. «Una chiamata nella chiamata», la definisce lui, dopo l’esperienza nella Comunità di Villaregia e, successivamente, nell’Alleanza della Misericordia, un’associazione missionaria di San Paolo che si occupa dei poveri. Oggi la Missione Belem conta una sessantina di consacrati e consacrate con voti, centinaia di membri volontari, oltre a migliaia di amici e collaboratori presenti in Brasile e Haiti: nelle sue case sono accolte oltre 1.500 persone. Molti di coloro che vengono ospitati e recuperati dalla strada provengono dalla “crackolandia”: una terra di nessuno, nel cuore di una delle città più popolose e cosmopolite del Brasile, dove a tutte le ore si spaccia e si consuma la droga dei poveri.

Un vero e proprio inferno – chi scrive lo può testimoniare, essendoci stato – dove il missionario porta non solo una parola di consolazione e speranza, ma anche l’annuncio esplicito di Cristo come possibilità per una vita nuova. Tra quelli che hanno accolto la buona notizia di un Dio che ama anche i più derelitti ci sono persone che oggi, completamente riabilitate, guidano comunità e case di accoglienza; altri sono diventati persino sacerdoti. A condividere fin dalle origini l’impegno a fianco di meninos de rua, tossicodipendenti, anziani abbandonati e prostitute, c’è Calcida, una consacrata brasiliana, molto più del classico braccio destro del missionario: egli stesso la definisce cofondatrice di Missione Belem.

Con il contributo del Premio Cuore Amico, verrà realizzato un nuovo centro di accoglienza, per la cui costruzione saranno impegnati molti volontari della Missione Belém. I soldi del premio serviranno, invece, a Carla Magnaghi per potenziare le attività del Centro “Usratuna” (Nostra Famiglia in arabo) a Juba. Originaria del Varesotto, è entrata a 18 anni nell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità, fondato dal beato don Luigi Monza. Da insegnante si è appassionata all’attività riabilitativa per bambini con disabilità e si è specializzata in psicomotricità e logopedia, lavorando per molti anni fra Como e Varese. Diventata esperta nel linguaggio dei segni, segue anche i bambini con sordità. Nel 1991 prende dimora in Sudan mentre infuriano i bombardamenti e il conflitto tra Spla (movimento di liberazione del Sud) e l’esercito.

A Juba il suo Istituto aveva aperto il Centro Usratuna su richiesta del comboniano Agostino Baroni, arcivescovo di Khartoum, perché fosse un segno di carità in un contesto islamico. All’epoca Juba era un villaggio immerso in un contesto di estrema povertà. Dopo soli cinque mesi dal suo arrivo viene preso d’assalto dai ribelli e il Centro Usratuna è invaso da più di tremila civili che vi si rifugiano per sfuggire alla violenza: vi resteranno ben sei mesi. Anche oggi in Sud Sudan infuria la guerra, tra Dinka e Nuer, con due milioni di rifugiati e una gravissima crisi economica. Carla che, negli anni, ne ha viste davvero di tutti i colori («per un periodo, nel 1991-92, Osama Bin Laden ha abitato vicino a noi, ma allora nessuno sapeva chi fosse!») ha sempre mantenuto, come le sue consorelle, un rapporto di amicizia, ricambiato, con i musulmani, senza mai dar adito ad accuse di proselitismo. Pure suor Evelina Mattei è una che di fegato ne ha da vendere. Più della metà dei suoi 70 anni li ha passati in Africa.

Era partita dal paese di PaoloVI nel 1975, fresca di diploma di infermiera e ostetrica. In Burundi, lavora in due dispensari, dove accoglie bambini e assiste le mamme, offrendo loro nozioni di igiene e alimentazione. La guerra però costringe la comunità delle suore a rifugiarsi nell’ex Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo. Apre una nuova comunità, insieme ad alcune consorelle, a Kaniola. E lì si prende a cuore soprattutto la sorte delle donne: costruito un centro di maternità, suor Evelina spende lì le sue migliori energie. Nel 2009 viene mandata a Bukavu, nel periodo della guerra più cruenta. Suor Evelina vede la morte in faccia, con i soldati armati di machete e si prodiga nel campo profughi allestito in città. Oggi è a Burhiba dove, nel carcere sovraffollato e privo di medicine, porta la sua competenza medica e il suo sorriso agli ammalati. Grazie alla somma ricevuta con il Premio Cuore Amico la missionaria vuole infatti migliorare la difficile situazione sanitaria dei detenuti nella prigione centrale della città.