Chiesa

46° SETTIMANA SOCIALE. Il dovere di spendersi

Umberto Folena sabato 16 ottobre 2010
E allora così sia. Passiamoci. Per lo Stretto che unisce o separa, dipende dall’occhio e dal cuore di chi lo scruta. Lo Stretto così ben disegnato più in basso e all’orizzonte, dal Centro Altafiumara, in un tramonto inquieto, luci e ombre e spicchi di cielo e brani di nuvole. Metafora della posta in gioco per i cattolici italiani e la loro vocazione a unire, non dividere; includere, non escludere.Un cattolicesimo che nelle prime due giornate reggine dimostra una gran voglia di pensare disarcionando vecchi cliché e ricercando soluzioni nuove. Creative. Fantasiose. Vere. Un cattolicesimo che dia un taglio netto con la mai sepolta tentazione di pensare a se stesso, al proprio tornaconto, alle proprie sacrestie sempre uguali a se stesse e magari un po’ narcise, per mettersi ancora una volta a disposizione di tutti e dare un contributo all’intero Paese. «Alleanze plurali» si lasciava scappare ieri un relatore introducendo una delle cinque assemblee tematiche, come se potesse mai esistere un’alleanza singolare… o forse sì, esiste, ed è quella di chi si dice disposto a collaborare con tutti sapendo invece che farà tutto da sé. Cose d’altri. Non dei cattolici consapevoli e veri.Lo Stretto, sempre inteso come metafora, rende «dubbiosi e disorientati, quasi spaesati» i cattolici italiani, esordiva ieri Lorenzo Ornaghi, rettore della Cattolica. «Spaesati ­ proseguiva, come se si trovasse davvero sul ciglio dello Stretto ­ non apparteniamo pienamente e fiduciosamente al luogo in cui siamo e intendiamo restare; spaesati, temiamo che la nostra stessa identità sbiadisca e si smarrisca». Antichi dibattiti (identità opposta a mediazione) appaiono superati, incapaci di interpretare questa stagione. Questo è il tempo in cui non è pensabile semplicemente dare l’”assalto” alla politica conquistandola e gestendola, se la politica è quella «senza qualità» descritta sempre da Ornaghi, una politica «non più in grado di offrire risorse e dare strumenti per cambiare in meglio le condizioni della società».Lo Stretto non si varca né sbandierando boriosamente la propria identità cattolica (preziosa e utile, e per questo non riducibile a guscio vuoto e ad artificio retorico), né mettendola da parte, sottostimandola o negandola. C’è un modo “cattolico” di guardare ala realtà. Un modo originale, tipico, inconfondibile. Tanto da far dire a Ornaghi: «Senza una tale visione genuinamente cattolica, ogni pur rinnovata forma della nostra presenza pubblica e politico–partitica (trasversalmente ai partiti, o anche ­ in termini quantitativamente prevalenti ­ dentro un solo partito) diventerebbe una mera “parte” fra la pluralità delle parti, destinata, più che a “contare”, a essere contata».Cattolici nelle diverse formazioni politiche e sociali come gli ascari, le truppe coloniali liete di combattere per l’Impero accontentandosi di un ruolo del tutto residuale? Forse l’immagine è troppo severa. Ma non va assolutamente ignorato l’invito finale di Ornaghi: «Non ci servono dichiarazioni d’impegno retoriche o fughe in avanti. Occorre invece che cominciamo a muovere i primi, piccoli ma indispensabili passi. E che li muoviamo con un lavoro insieme. Un lavoro in comune con tutte quelle “parti” della società disponibili a perseguire un obiettivo ­ un “bene” autentico” più alto degli interessi frazionali».Lo Stretto è l’ostacolo minimo, eppure talvolta insormontabile, per il bene comune. Sull’identità, parola da “resettare” depurandola da troppi cascami ideologici passati, dice la sua anche Vittorio Emanuele Parsi, in sintonia con Ornaghi: «Dell’identità europea si perde di vista l’evidenza che, senza la “feriale fierezza” della propria identità, non solo si diventa incapaci di sincera apertura e ci si rinchiude in una sorta di Fortezza Bastiani dell’esistenza, ma si perde la possibilità di comunicare davvero con gli altri e si sostituisce l’empatia con il mimetismo».Soltanto cattolici dal profilo dolce e forte, miti e orgogliosi a un tempo, possono lanciare con serietà e responsabilità la sfida alta di chi non intende essere una parte tra altre parti, riducendosi a una minoranza grigia tra tante minoranze grigie, ma secondo storia e vocazione il volano capace di rimettere in modo il Paese, con chiunque ci stia. Cattolici capaci di guardare con originalità alla crisi ­ è l’invito ribadito da  Ettore Gotti Tedeschi ­ senza sposare alcun facile luogo comune sulla crisi.Ieri è stato il giorno dello Stretto, di cui prendere le misure. Il giorno della consapevolezza della posta in gioco. Che a Reggio siano presenti anche 300 giovani, molti dei quali provenienti dalla pastorale sociale e dal Progetto Policoro, quindi concreti e capaci di responsabilità, gente che lavora e non è cooptata, fa ben sperare.