Chiesa

Polemica. Ici e Ires, i Radicali insistono a sbagliare

Umberto Folena martedì 23 agosto 2011
A ncora l’Ici nel mirino, quell’Ici che la Chiesa non pagherebbe, secondo il segretario dei Radicali italiani, a cui ieri un quotidiano milanese concedeva l’ennesimo ampio spazio senza muovergli obiezione alcuna, né ospitare pareri diversi. «Nessuno vuole far pagare l’Ici agli edifici di culto, afferma il segretario, ma abolire l’esenzione per le attività commerciali svolte da enti ecclesiastici, come quelle ricettivo-turistiche, assistenziali, didattiche, ricreative, sportive e sanitarie, equiparandoli a chi fa le stesse cose senza insegna religiosa». Il fatto è che chi fa quelle stesse cose senza insegna religiosa è pure lui esentato, come è stato detto e scritto più volte. Si va dagli enti di promozione sportiva ai sindacati, dai circoli culturali ai partiti: l’elenco è lunghissimo. Se un ente ecclesiastico gestisce un vero albergo, con fini di lucro, paga già l’Ici (se non lo facesse, il Comune potrebbe obbligarlo a farlo); ma se si tratta di una casa d’accoglienza o una casa alpina per i campiscuola autogestiti, dove non si guadagna nulla e anzi ci si rimette, l’Ici non si paga. Il segretario afferma poi che la riduzione Ires (imposta sul reddito delle società) «opera a priori, indipendentemente dal fatto che gli enti facciano davvero beneficenza». Assurdo. Per dimostrarlo occorre ricordare che la materia è regolata dal Dpr 601 del 1973, che all’articolo 6 elenca invece i casi in cui l’aliquota è ridotta. Alla lettera 'c' troviamo gli «enti il cui fine è equiparato per legge ai fini di beneficenza o di istruzione». Per inciso va sottolineato che la stessa norma riguarda molti altri enti come, ad esempio, gli enti ospedalieri, gli istituti di istruzione, le accademie, una serie di enti con scopi esclusivamente culturali, le società di mutuo soccorso, gli istituti autonomi per le case popolari, tutte le ex ipab… Torniamo alla lettera 'c': quali sono gli enti il cui fine è equiparato per legge ai fini di beneficenza o di istruzione? Sono gli enti delle confessioni religiose che hanno stipulato con lo Stato italiano patti, accordi, intese, cioè gli enti della Chiesa cattolica e quelli delle altre confessioni religiose. Quindi la legge cita 'beneficenza' e 'istruzione' non per identificare due tipologie di attività, ma per individuare dei soggetti. D’altra parte pretendere che la riduzione dell’aliquota riguardi l’attività di beneficenza è del tutto privo di significato: se l’agevolazione consiste nella riduzione dell’aliquota d’imposta che si applica al reddito occorre che un reddito esista, ma l’attività di beneficenza non produce reddito, perciò non avrebbe alcun senso prevedere una tassazione minore per un’attività che non è soggetta perché manca la materia imponibile, il reddito, appunto. E lo spirito è sempre lo stesso: lo Stato intende sostenere con le agevolazioni chi, senza fine di lucro, svolge attività che vanno a vantaggio di tutti i cittadini e dell’intera società. Lo fa perché è nel suo interesse farlo. Sulla campagna in corso, in particolare sulla pagina di Facebook 'Vaticano paga tu la manovra', interviene anche 'Famiglia cristiana', definendola «campagna laicista col trucco, basata sul nulla (...), provocazione laicista all’insegna dell’oscurantismo e della disinformazia».