Chiesa

Il dono del Papa. Giubileo della misericordia: alle radici della solidarietà

Giacomo Costa* mercoledì 8 aprile 2015

Proponiamo qui alcuni spunti dall’editoriale di aprile del mensile 'Aggiornamenti Sociali'.

ll Giubileo della misericordia è un dono che papa Francesco fa alla Chiesa per sostenerla nel cammino di rinnovamento a 50 anni dal Concilio. Per comprenderne il valore siamo invitati ad approfondirne il significato di esperienza collettiva, spirituale, concreta. La dimensione sociale del giubileo. Per l’Antico Testamento il giubileo è una periodica revisione delle relazioni che strutturano Israele come popolo in una prospettiva di giustizia e di riconciliazione, tramite disposizioni quali il riposo della terra, la restituzione delle proprietà, la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi. Nella concretezza delle sue prescrizioni, il giubileo ha una duplice radice ideale. Da una parte guarda all’esperienza dell’uscita dall’Egitto e dalla schiavitù che costituisce Israele come popolo: non è un ricordo archeologico, ma deve rimanere vitale e sperimentabile per ogni generazione. Inoltre, rimanda al ciclo settimanale della creazione e al giorno del sabato, che nel riposo ne svela il compimento e il significato. Dunque concentra l’attenzione su un dono ricevuto come esperienza condivisa: essere tutti insieme oggetto della misericordia di Dio. Questa esperienza è la base per strutturare tutte le relazioni all’interno di Israele: sociali, economiche, di proprietà e anche – cosa ritornata oggi di grande attualità – con l’ambiente. La storia tuttavia insegna come nel tempo prendano piede dinamiche opposte alla giustizia, producendo quella che papa Francesco chiama «inequità»: per questo, a intervalli regolari, Dio prescrive di attivare processi di liberazione e di misericordia, per risanare i 'guasti' che si sono prodotti.

D’altra parte l’istituzione giubilare guarda al futuro, al compimento escatologico delle promesse messianiche, con la sua carica utopica e rivoluzionaria, tanto che gli esegeti discutono se sia mai stata effettivamente praticata. Si tratta allora di un ideale irrealistico? Tutt’altro: nel giubileo, il futuro solidale e rispettoso della dignità di tutti, anche dei più poveri, non è prospettato come utopia ultraterrena alla fine della storia, ma attraverso dinamiche di solidarietà concreta che costituiscono per chi è più fortunato un appello a non dimenticare il dono originario e per chi versa in situazioni di difficoltà un sostegno per tenere accesa la speranza. Come ebbe a scrivere il card. Martini, le indicazioni per il giubileo nascono dal continuo riconoscimento del vero volto di Dio: «un Dio che sta dalla parte di coloro che invocano e cercano giustizia e si trovano in una condizione di bisogno; [...] un Dio che non può sopportare che quanti egli ha amato e liberato diventino a loro volta oppressori». Il Giubileo della misericordia. La misericordia è la chiave in cui oggi papa Francesco propone alla Chiesa di declinare la dinamica del giubileo. Per il Papa, dall’esperienza che Dio prende l’iniziativa e che il suo amore ci precede, sgorga un «desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva» (EG, n. 24), che spinge con tutte le sue forze ad andare incontro a poveri, afflitti e bisognosi (EG, n. 193). Nel lessico di papa Francesco l’attenzione al grido del povero assume il nome di solidarietà. Di fronte alle insidie della società liquida, la misericordia è la strada per costruire qualcosa di autenticamente solido (la radice di solidarietà): non qualche atto sporadico di generosità, ma la forza strutturante di «una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni» (EG, n. 188) e che diventa capace di operare il cambiamento. Individuare processi concreti da attivare in occasione del Giubileo della misericordia è la sfida che ci attende nei prossimi mesi, in modo da riproporre nel mondo di oggi la logica che sta dietro la remissione del debito, la liberazione degli schiavi, il riposo della terra e la redistribuzione della proprietà. Il magistero di papa Francesco in questi primi due anni ci fornisce alcune indicazioni. La prima è l’identificazione di cammini di riconciliazione e di pace in un tempo in cui si sta combattendo una «terza guerra mondiale a pezzi». La seconda non può che interessare l’«economia che uccide», diventata quindi un’arma di questa guerra: l’obiettivo sarà arrivare a una riduzione dell’inequità. Un terzo polo, sul quale attendiamo a breve un’enciclica, è l’ecologia, intesa come paradigma che coniuga l’attenzione alle relazioni umane con il rispetto del contesto in cui si svolgono, in tutte le sue dimensioni: dal rapporto con la natura alla promozione di una democrazia sostanziale, alla lotta alla corruzione. Temi su cui papa Francesco è tornato a più riprese, così come sul ruolo della donna nella Chiesa e nella società, che già Giovanni Paolo II aveva inserito nel programma del Giubileo del 2000. In questa luce misericordia e giubileo non riguardano solo i singoli, né tantomeno esclusivamente i cristiani: il giubileo può diventare per tutti una occasione per recuperare la misericordia come fondamento del legame sociale e della solidarietà.  Il Giubileo del Concilio. Il 7 dicembre 1965, giorno di chiusura del Vaticano II, Paolo VI indiceva un giubileo straordinario (dal 1° gennaio al 29 maggio 1966) come risposta allo «straordinario evento» del Concilio e come occasione perché le Chiese locali potessero cominciare a farlo proprio. Il Giubileo della misericordia si colloca a 50 anni da quel precedente e può essere definito come un giubileo del Concilio, di cui riafferma il carattere di evento della storia della salvezza. Al cuore del Vaticano II troviamo la riflessione sulla relazione tra Dio e l’uomo (espressa nella Dei Verbum), chiamata a diventare la base strutturante delle relazioni all’interno della Chiesa (Lumen gentium) e della Chiesa con il mondo ( Gaudium et spes). Guardato nella prospettiva del giubileo, il Concilio rappresenta l’esperienza di grazia ricevuta che esprime l’ideale a cui tendere e rispetto al quale 'correggere il tiro'. Celebrare il giubileo del Concilio significa per la Chiesa riprendere in mano il modo di vivere le relazioni al proprio interno, chiamate a tradurre quella identità di popolo di Dio in cui il Vaticano II iscrive il ruolo della gerarchia e quello dei laici, in uno stile di sinodalità – cioè di cammino insieme – che papa Francesco non manca di riproporre, in particolare tra l’altro nel percorso dei Sinodi sulla famiglia. Ugualmente significa tornare a prendere in mano il modo in cui la Chiesa fa proprie «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et spes, n. 1), in particolare quelle legate alla pace, alla giustizia e all’ecologia umana. Alla luce del magistero di papa Francesco, assume una particolare pregnanza l’atto che da sempre è simbolo del giubileo: l’apertura della Porta santa tramite l’abbattimento fisico del muro che la chiude, segno di ciò che la misericordia opera. Se tradizionalmente i fedeli entrano attraverso di essa, la Chiesa, che papa Francesco vuole in uscita, è chiamata a imparare a varcare quella soglia in direzione opposta, per portare al mondo la misericordia e la salvezza di Dio e soprattutto per riconoscerle e incontrarle già all’opera. Se al termine del Giubileo le porte sante si richiuderanno, l’auspicio è che nel frattempo la Chiesa possa scoprire quali porte è chiamata a lasciare sempre più aperte, così da essere segno e anticipazione della Gerusalemme celeste, le cui porte «non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte» (Apocalisse 21,25).

*Gesuita, direttore di 'Aggiornamenti Sociali' (www.aggiornamentisociali.it)