Chiesa

Città del Vaticano. «Giocare in attacco la partita del Vangelo»

Mimmo Muolo sabato 7 giugno 2014
Un capitano. E la sua squadra. Nel mondo dello sport c'è sempre un legame speciale tra queste due entità. E più il legame è stretto, più il capitano si mette a servizio della squadra, più la squadra segue le indicazioni del capitano, migliori sono i risultati. Papa Francesco, insignito sul campo (cioè in quella specie di stadio speciale che è diventata piazza San Pietro per effetto della festa dei 70 anni del Centro Sportivo Italiano) proprio del titolo di capitano della squadra della fede, ha ampiamente utilizzato la metafora sportiva per far comprendere in che modo interpreterà il suo ruolo nella Chiesa. Innanzitutto la durata. Che egli chieda di pregare per sé non è più una sorpresa. Lo fa sempre. Ma ieri ha detto qualcosa di più. "Vi chiedo di pregare per me, perché anche io devo fare il mio gioco che è il vostro gioco, è il gioco di tutta la Chiesa. Pregate per me perché possa fare questo gioco fino al giorno in cui il Signore mi chiamerà a sé". Parole inequivocabili, che mettono fine alle ipotesi sul se (e sull'eventuale quando) Papa Bergoglio avrebbe potuto seguire le orme di Benedetto XVI. Nel suo modo di fare il "capitano", la sua partita terminerà solo con il fischio finale di un arbitro che si chiama Dio.C'è poi l'atteggiamento da tenere in campo. Il 'capitano' Francesco - e lo si era capito subito - non ha alcuna simpatia per il catenaccio o per i "pareggi mediocri". La sua squadra deve giocare all'attacco. La partita del Vangelo va giocata all'attacco. Calcio totale, si potrebbe dire, continuando nella metafora. "Senza paura e con entusiasmo". Si può vedere qui quella Chiesa in uscita che va verso le periferie, quella Chiesa dell'incontro che si fa testimone della misericordia divina, quella Chiesa ospedale da campo che cura le ferite dell'umanità, di cui il Pontefice parla fin dall'esordio del suo Pontificato. E il linguaggio sportivo aiuta a chiarire ulteriormente ciò che Bergoglio ha nel cuore e nella mente.Infine lo sport ha fornito al Papa anche un terzo spunto per chiarire il tipo di gioco che egli chiede alla squadra di cui è 'capitano'. "No all'individualismo - ha detto -. No a fare il gioco per se stessi". Aggiungendo anche un'espressione che in Argentina riservano a quelli che non la passano mai: "Questo vuole mangiarsi il pallone". Nella squadra della Chiesa si deve "respingere ogni forma di egoismo e di isolamento", bisogna "incontrarsi e stare con gli altri" e "aiutarsi a vicenda". In sostanza far sì "che giochino tutti, non solo i più bravi". Anzi occorre privilegiare gli svantaggiati. Come faceva Gesù. Ecco, nelle parole del Papa lo sport è diventato non solo strada educativa, insieme alla scuola e al lavoro ("che ci siano posti di lavoro all'inizio della vita giovanile", ha chiesto Francesco), ma addirittura metafora di vita cristiana. Il 'capitano' ha indicato la porta in cui fare gol. E ha promesso di continuare a giocare a servizio della sua squadra fino alla fine.