Chiesa

Milano. Parrocchie, monasteri e carceri: i luoghi del Festival della Missione

Lorenzo Rosoli martedì 26 ottobre 2021

Dalle carceri ai monasteri, dalle scuole alle parrocchie. Fino alle Colonne di San Lorenzo. Sono molteplici, i luoghi toccati dal Festival della Missione – che si terrà a Milano dal 29 settembre al 2 ottobre 2022 – e dal percorso del Prefestival che fino all’agosto prossimo ne anticiperà i temi, con iniziative in diverse regioni d’Italia. E sono molteplici le storie, i volti, i nomi chiamati a dare voce al mondo della missione. E ai mondi in cui la missione porta il messaggio del Vangelo. Ecco: «Sono le storie il focus del Festival. Perché i concetti sono disincarnati e dividono, mentre sono le storie a fare la vita», spiega Lucia Capuzzi, inviata di Avvenire e direttrice artistica della manifestazione promossa dalla Fondazione Missio e dalla Cimi (Conferenza degli Istituti missionari in Italia) con la diocesi di Milano.

Il Festival sarà un’occasione per «raccontare la missione come grande gesto d’amore puro e disinteressato di Dio per il mondo e per ogni persona», amore che grazie (anche) ai cinquemila missionari italiani nel mondo diventa «cammino al passo con l’umanità», sottolinea Agostino Rigon, direttore generale del Festival. In ogni caso: il festival non sarà «un’autocelebrazione dei missionari». Piuttosto: «i missionari si offriranno quali ponti e finestre spalancate su un mondo che si vuole sempre più chiuso dietro muri e barriere», riprende Capuzzi.

Quella di Milano sarà la seconda edizione, dopo quella tenutasi a Brescia nel 2017. La scelta della sede è il risultato di un percorso di discernimento promosso dalla Conferenza episcopale lombarda. Il titolo dato al Festival, Vivere per dono, dice il respiro di una proposta che – a maggior ragione in questo tempo segnato dalla pandemia – rilancia il valore della relazione, della gratuità, del costruire ponti, del prendersi cura, del promuovere pace, giustizia, fraternità. Del tema e delle coordinate essenziali del Festival hanno parlato – lunedì in Curia a Milano assieme all'arcivescovo Mario Delpini - Capuzzi e Rigon.

Il Festival, in quattro giorni, offrirà convegni, laboratori, video, documentari, momenti di preghiera e tanto altro. Le Colonne di San Lorenzo, cuore della movida milanese, saranno la sede principale. Ma non l’unica. Come molte sono le iniziative nel programma del Prefestival: dal Progetto Scuole, che coinvolgerà 64mila studenti in tutta la Lombardia, ai gemellaggi fra giovani italiani e coetanei stranieri di Paesi del Sud del mondo, ai percorsi con gli universitari sui temi dell’Agenda 2030. Nelle parrocchie si apriranno «Cantieri Festival », mentre alcune carceri – Agrigento, Campobasso, San Vittore e altre in via di definizione – coinvolgeranno i detenuti in percorsi di giustizia riparativa. E alcuni monasteri ospiteranno veglie di preghiera.

«Milano ha bisogno di sentirsi dire: svegliati! Vivi! Per questo ha bisogno della missione. Ti svegli dall’incubo della pandemia, e dal miraggio del successo e dei soldi, il grido dei poveri e il rimprovero di Gesù. E vivi della gioia che ti offrono i popoli fratelli, i popoli giovani, i popoli che hanno canti, danze, figli!», ha detto l’arcivescovo Delpini, intervenendo alla presentazione del Festival della Missione. Prima di lui, ad anticipare stile e clima dell’evento del prossimo anno, le testimonianze offerte da tre persone che sanno davvero cosa vuol dire «vivere per dono » e «vivere il perdono»: Zakia Seddiki, padre Pier Luigi Maccalli e padre Christian Carlassare.


Zakia Seddiki, moglie di Luca Attanasio: «Nessuno deve levarci l’umanità, dobbiamo vivere in pace e per la Pace»

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«Non sono il numero di anni di una vita che contano, ma la vita che c’è in quegli anni». Queste sono le parole con le quali Zakia Seddiki, moglie di Luca Attanasio, ambasciatore italiano ucciso a Goma, in Congo nel febbraio di un anno fa, ha scelto di iniziare il proprio intervento per la presentazione del “Festival della Missione: Vivere per dono”. A lei, che insieme al marito ha fondato l’associazione “Mama Sofia” per aiutare i bambini di strada della Repubblica democratica del Congo, è stata affidata la parola “Vivere”, perché «Luca ha dato senso alla sua vita e anche alla sua morte. Siamo tutti di passaggio, meglio rendere quello che ci è dato qualcosa di utile per gli altri – dice Seddiki –. Abbiamo tutti una missione: la mia è vivere per le mie figlie, ma anche per i bambini del mondo come io e mio marito avevamo sognato insieme». «La bellezza della vita è amare e non aspettarsi nulla in cambio, è condividere perché se l’altro sta bene anche io sto bene – riflette la donna –. Questa dovrebbe essere la regola per ciascuno di noi». La base della vita è «la nostra umanità, che nessuno deve mai levarci.
Bisogna credere in quello che facciamo. L’amore è il grande senso della vita e ci mostra come dobbiamo vivere in pace e per la Pace».
(Greta Dircetti)

Padre Carlasssare: «Ho perdonato chi mi ha sparato e mi sono liberato dalla paura»

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«Quando gli attentatori sono entrati nella mia stanza, ho sentito che la vita andava donata, qualunque cosa fosse successa». È “Dono” la parola di Christian Carlassare, comboniano e al momento della sua nomina il più giovane vescovo cattolico italiano. Il sacerdote ha raccontato la sua esperienza missionaria e quello che gli è successo, durante la presentazione del “Festival della Missione: Vivere per dono”. Lui opera in Sud Sudan dal 2005 e da qualche anno si era trasferito a Rumbek, dove è stato vittima di un attentato il 25 aprile 2021. «Quando mi sono risvegliato in ospedale – racconta il vescovo – la prima parola che ho detto è stata “perdono”. Mi è uscita dal cuore. E proprio quella parola mi ha liberato dalla paura e dal rancore. Mi ha dato libertà». Carlassare non nega la paura di un secondo attentato, ma desidera comunque «tornare in Sud Sudan, proprio perché credo che la mia esperienza possa aiutare questo popolo così diviso a superare la violenza e a vivere con responsabilità l’indipendenza che ha conquistato» e che «sa esaltare la vita anche se intorno c’è la morte». (G.Dir.)

Padre Maccalli: «La missione è rendere umani»

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«Noi siamo intessuti di relazione, siamo relazione e abbiamo bisogno degli altri» perché «l’Africa non rinascerà dalle bombe o dai kalashnikov ma dagli incontri ». Ne è convinto padre Pierluigi Maccalli, missionario rapito in Niger nel 2018 e liberato un anno fa da una prigione fatta di sabbia e silenzio. La parola chiave del racconto del missionario, in occasione della presentazione del “Festival della Missione: Vivere per dono”, è “Per”. «Durante la prigionia ho vissuto sempre all’aperto nel deserto del Sahara, dormivo su una stuoia e bevevo acqua che sapeva di benzina, ma la più importante delle cose di cui ero privato era il non poter comunicare». Del deserto gli rimangono tre cose: la comunione con le vittime innocenti della violenza, il silenzio profondo che lo ha scavato dentro e lo scoprire l’essenziale, la relazione. «Proprio in quel periodo ho capito che missione è umanizzazione – racconta Maccalli –. È quello che ho cercato di fare anche durante la prigionia: umanizzare il rapporto con i giovani che mi tenevano in ostaggio, tenere un’attenzione anche ai loro bisogni. Mentre andavo all’appuntamento per la liberazione, ho augurato al mio carceriere che un giorno Dio possa farci comprendere che siamo tutti fratelli, perché solo dalla fratellanza può nascere un mondo nuovo». (G.Dir.)