Chiesa

ANALISI. L’Europa aspetta che l’Italia decida come valorizzare il sociale

Massimo Calvi giovedì 20 dicembre 2012
​Capitolo chiuso. O quasi. La Commissione europea ha scritto la parola fine alla vicenda degli sconti Ici concessi al non profit. E ha decretato che la nuova Imu, agevolazioni comprese, è conforme al diritto europeo. Nessuna procedura d’infrazione verrà dunque aperta contro l’Italia. Ma se per certi aspetti sarebbe bello poter considerare chiuso il tormentone che strumentalmente in Italia ha chiamato in causa solo la Chiesa cattolica (mentre a Bruxelles si è sempre parlato solo di enti non profit), per altre ragioni è auspicabile che il nodo delle esenzioni al Terzo settore e al sociale non termini qui.Il primo auspicio, quello relativo al cessare delle ostilità, forse è il più fragile, constatato che si tratta della quinta volta dal 2006 che alla luce di un ricorso la Commissione Ue dichiara chiusa la questione delle esenzioni Ici. Oggi si ammette che le esenzioni per il non profit erano effettivamente aiuti di Stato, per come venivano attribuite. Quelle somme, però, non saranno recuperate in quanto impossibile definirne il perimetro e la quantità.È la prima volta che un sostegno "illegittimo" non viene riscosso, e Bruxelles lascia intendere chiaramente il motivo di questa decisione, oltre al nodo tecnico: l’elevato valore sociale riconosciuto alle attività svolte dagli enti non profit. Uscendo dai binari della burocrazia e del suo linguaggio, è come se l’Europa dicesse che l’Italia ha tutte le ragioni per consentire un ampio spettro di agevolazioni al Terzo settore e alla sua economia civile, il problema è che la forma con la quale questi aiuti erano stati dati non era la più idonea. Perché si può agevolare chi accoglie le famiglie bisognose e aiutare un cinema che dà ai bambini una prospettiva diversa dal centro commerciale, ma la forma può non essere la medesima. Ed è sì possibile promuovere la libertà di educazione (Francia, Germania e Spagna insegnano), come aiutare una squadra dell’oratorio, pur con modalità differenti. Lo sconto Imu è una possibilità. Non la sola. La scusa dell’Europa che non consente alcunché è un alibi comodo e pretestuoso, se è l’Italia ad avere le idee confuse.Ora l’Ici non c’è più. Bruxelles ha dato l’ok alla nuova Imu in relazione agli enti non commerciali, giudicandola conforme al diritto europeo. Ma qui – e veniamo al secondo auspicio espresso – è bene che la partita non si chiuda del tutto. In primo luogo perché resta una zona grigia di interpretazione che andrebbe chiarita per mettere al sicuro realtà di volontariato, oratori e associazioni impegnate per aiutare i bisognosi. In secondo luogo perché ora spetta all’Italia compiere quel salto culturale per portare il non profit e l’economia civile fuori da quella nicchia nella quale vengono relegate dal dibattito pubblico, concedendo loro quello spazio politico che meritano per ciò che fanno e rappresentano: attori di cooperazione sussidiaria, impegnati per il bene di tutti e non solo di qualcuno, portatori dell’idea che ciò che è pubblico è anche statale, ma non solo statale.In Europa certi concetti hanno più cittadinanza di quando non si creda in periferia. Lo testimonia il documento del 2011 della Commissione sull’«iniziativa per l’imprenditoria sociale», nel quale si riconosce il valore dell’impresa che non distribuisce utili ma crea valore sociale. Lo si legge nella lettera con la quale Bruxelles avvisava l’Italia dell’apertura del procedimento sull’Ici, ricordando come le attività didattiche, culturali e ricreative potessero in realtà essere salvate. E lo si trova nella risoluzione del Parlamento di Strasburgo del 4 ottobre 2012 con la quale si afferma la libertà di scelta educativa delle famiglie come diritto inviolabile. Argomenti che non sarebbe difficile far valere, se vi fosse una volontà condivisa in luogo di un contesto dove le ideologie garantiscono ancora rendite politiche facili e declinanti. Con candidati ostaggio della paura di affermare fino in fondo il valore del sociale e della sussidiarietà, come è nel resto del Continente. Il punto, allora, è riuscire ad elevare l’agenda politica nazionale alle questioni veramente fondamentali della libertà, della tutela dei più deboli, dello sviluppo di una società equa e giusta. Ma prima di convincere l’Europa dobbiamo forse convincere noi stessi.