Chiesa

Amoris laetitia. E il Papa disse: «Bene l'interpretazione dei vescovi argentini»

Luciano Moia mercoledì 18 gennaio 2017

Contraddizione, confusione, addirittura ignoranza. Sono le tre accuse che il cardinale Caffarra (vedi articolo) rivolge all’interpretazione prevalente di Amoris laetitia a proposito della riammissione ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia per le persone divorziate in nuova unione. «Quei cardinali sono in quattro, dall’altra parte c’è tutta la Chiesa», ha osservato un altro emerito, il cardinale brasiliano Cláudio Hummes, prefetto emerito della Congregazione per il clero. Risposta icastica che riassume però in modo efficace il lungo cammino sinodale dell’Esortazione postsinodale, frutto di due assemblee mondiali dei vescovi, di due consultazioni del popolo di Dio, di un lungo e articolato dibattito avviato nell’ottobre del 2013 e conclusosi due anni più tardi.

L’esito di Amoris laetitia insomma non è un’invenzione del Papa, ma un atto magisteriale cge rappresenta la preziosa e logica conclusione di un percorso che ha visto il coinvolgimento della Chiesa intera. Se mai ci fossero state ancora delle incertezze, a chiarire la situazione, è arrivato nel settembre scorso – come abbiamo più volte ricordato – il documento dei vescovi di Buenos Aires, pubblicamente approvato da papa Fancesco, «Criteri fondamentali per l’applicazione del capitolo VIII di Amoris laetitia ». Oltre a sintetizzare quanto già scritto nel documento papale a proposito dell’accoglienza, dell’accompagnamento personale, del discernimento con cui ogni situazione va esaminata senza pretendere di omologare tutto e di inventare ricette buone per tutti i casi, i vescovi argentini scrivono: «Questo cammino non termina necessariamente nell’accesso ai sacramenti ma può prevedere altre forme di integrazione». Non si esclude la possibilità di «proporre l’impegno di vivere la continenza sessuale».

Ma, quando questa opzione non è percorribile, si può aprire la strada ugualmente alla Riconciliazione e all’Eucarestia. Il Papa legge il testo e risponde: «Molto buono, spiega completamente il senso del capitolo VIII di Amoris laetitia. Non ci sono altre interpretazioni. Sono sicuro che farà molto bene». Che cos’altro dovrebbe dire Francesco di più esplicito? Le oltre trecento pagine dell’Esortazione postsinodale sono già del resto tutto un invito a cambiare prospettiva, a mettere da parte la supremazia della legge, a non fare della Chiesa una dogana, a ricordarsi del primato della misericordia «pienezza della giustizia e manifestazione più luminosa della verità di Dio» (Al, 311). Proprio in questo modo l’hanno intesa la stragrande maggioranza dei vescovi italiani.

A proposito dell’ormai famosissima nota 351, il cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, ha osservato per esempio nel settembre scorso, proprio al convegno su Amoris laetitia della diocesi di Roma: «Il Papa usa il condizionale, dunque non dice che bisogna ammettere ai sacramenti, sebbene non lo escluda in alcuni casi e ad alcune condizioni». E il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, vicepresidente della Cei per il Nord Italia, nel suo Liber pastoralis (Edizioni Queriniana) da pochi giorni in libreria, spiega: «L’accesso ai sacramenti si colloca in un momento del dialogo di discernimento: non è una norma canonica, ma l’eventuale esito di un cammino, frutto del discernimento personale e pastorale». Chissà che cosa servirà ancora per porre fine a un dibattito che a sempre più fedeli appare pretestuoso?