Chiesa

LA VITA CHE RIPARTE. Era un manager Ora vive e lavora con i più poveri

Alessia Guerrieri lunedì 1 aprile 2013
È in piedi. In cima ai pochi gradini che portano alla mensa. Scorre i nomi degli ospiti oggi a pranzo in via Saponaro. Un po’ cerbero, un po’ fratello maggiore, dirige i giovani in coda davanti alla mensa. Molti sono agli arresti domiciliari nella fondazione Fratelli di San Francesco di Milano. Davide Sarpedonti, fare spiccio e sveglio di chi è abituato a gestire grossi affari, ha la capacità di trovare sempre le giuste parole per calmare chiunque. «È un dono – spiegherà a fine turno – che il Padreterno mi ha offerto nella mia seconda vita, senza farmi pagare gli sfregi che facevo quando avevo molti soldi». Quella precedente – come Davide la chiama – è legata a doppio filo con Raul Gardini per cui liquidava, al minimo ribasso, le aziende in difficoltà e poi le «ripuliva e rivendeva così da guadagnarci una montagna di quattrini». Suo factotum dal 1987, «con la copertura finanziaria della Montedison», pagava le aziende al trenta per cento del loro valore «e mi tenevo il resto, intascando anche 250 milioni di lire a transazione». Megalomane – come lui dice – padrone del mondo, con un patrimonio all’epoca vicino ai due miliardi di lire che ha sperperato «facendo la bella vita». Molte donne, altrettante macchine di lusso. Ma la sua scalata si è fermata proprio con la morte dell’imprenditore di Ravenna. «Ho cenato con Gardini la sera prima che si uccidesse, era cupo e provato. Aveva paura che il suo nome venisse infangato». Davide qui si chiude a riccio. Inutile chiedergli altro. La sua discesa è stata tanto repentina quanto inaspettata. Senza più «il supporto economico di Gardini», è finito in rovina nel giro di qualche mese e s’è visto arrivare una condanna per bancarotta fraudolenta a 24 anni, poi ridotti a 14. Ha perso moglie e figlio, che non vede da sedici anni perché, ammette dopo un po’, «probabilmente si vergogna di me». Infine la svolta. Proprio dietro le sbarre di San Vittore. «Il carcere o ti annienta o ti migliora – sussurra ad un tratto –. A me ha fatto capire i problemi degli altri, l’esistenza stessa dal punto di vista degli altri». In carcere è maturata la sua "vocazione" per il prossimo. Passata prima dal lavoro nel penitenziario, poi dall’affidamento proprio alla fondazione che gestisce la Casa della Solidarietà alla periferia Sud di Milano. E infine con la necessità di rimanerci come volontario, ogni giorno, mattina e sera (Pasqua compresa), perché quella è la sua famiglia. «Col tempo mi sono accorto di essere più utile in questo modo agli altri e di sentirmi bene nel farlo», dice. E il suo sguardo va a posarsi sui fiori in un angolo del giardino che circonda la mensa. Adesso vive con una pensione da seicento euro al mese, eppure se fosse stato «meno cicala e più formica», sarebbe ancora milionario. Ma inutile guardarsi indietro, piangersi addosso, del passato vuole salvare solo il buono. E per lui, non ha dubbi, «è aver imparato l’umiltà, quella vera, non quella di facciata, il senso vero di ogni gesto». Tredici anni accanto agli ultimi, a «dare loro regole e insegnare il rispetto di sé stessi, prima che degli altri», è questa la sua «pena piacevole e gratificante». Sorride quando chiama questa nuova vita la «sua legge del contrappasso, visto che dalla ricchezza sono finito in povertà e accanto agli umili». Non solo ha riscoperto la fede autentica, ma ha compreso il significato profondo di un insegnamento che la madre gli ripeteva da bambino: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Non chiede mai a chi viene a bussare alla mensa quali siano i suoi problemi, ma tutti sanno che Davide qui, all’occorrenza, è l’uomo che sa ascoltare e capire cosa significa avere guai nella vita, anche con la giustizia. Ha via via guadagnato la stima degli ospiti con l’esempio: «Mi sento diverso dal passato – e qui la tenerezza della voce quasi stride con la statura imponente –. Diverso da quando avevo tutti gli atteggiamenti dell’arricchito e davo peso solo a me stesso. Ora le giornate mi piacciono più».