Chiesa

Il caso. Bose, Enzo Bianchi: obbedisco, è l'ora del silenzio

Luciano Moia mercoledì 3 giugno 2020

Enzo Bianchi in un'immagine d'archivio

«Anche Gesù taceva». Sono le parole via twitter con cui Enzo Bianchi , ex priore di Bose, ha commentato la sua decisione di accettare il provvedimento della Santa Sede. «Giunge l’ora in cui solo il silenzio può esprimere la verità, perché la verità va ascoltata nella sua nudità e sulla croce che è il suo trono». E ancora: «Gesù per dire la verità di fronte a Erode ha fatto silenzio. Jesus autem tacebat sta scritto nel Vangelo». Riferimenti che raccontano la sofferenza profonda di un uomo di 77 anni che dopo aver dedicato tutta la vita alla costruzione di un progetto fondato sulla Parola, prende atto che è arrivato il momento di lasciarlo. Ma per permettere nuova crescita e nuovi sviluppi.

Una consapevolezza che Bianchi aveva già espresso lucidamente nel comunicato diffuso la settimana scorsa, all’indomani dell’annuncio del decreto della Segreteria di Stato: «Comprendo che la mia presenza possa essere stata un problema». Con un chiaro riferimento alle tensioni vissute negli ultimi mesi a Bose, per l’irrisolto problema dell’«esercizio dell’autorità». Ora però, la coraggiosa per quanto dolorosa accettazione del provvedimento vaticano, consente alla comunità di voltare pagina.

L’accordo raggiunto nella domenica di Pentecoste e perfezionato lunedì mette d’accordo tutti. Proprio alla luce dello spirito di fraternità che segna fin dalla fondazione – 55 anni fa – la vita di Bose, sarebbe sbagliato pensare che ci siano vincitori e vinti. L’ex priore Enzo Bianchi e i tre confratelli, a cui un decreto vaticano ha imposto l’allontanamento, hanno trovato l’intesa con il delegato pontificio, padre Amedeo Cencini. Nei prossimi giorni l’accordo sarà perfezionato. Bianchi ha accettato di allontanarsi da Bose a “tempo indeterminato” e raggiungerà la località che gli sarà indicata.

Dove andrà? Varie le ipotesi, in Italia ma anche all’estero. E potrebbe trattarsi anche di una sede non monastica. Per i due fratelli Goffredo Boselli e Lino Breda il periodo di lontananza sarà di cinque anni, ma in una località diversa. Stesso tempo di “assenza forzata”, ma con una destinazione ancora diversa, per Antonella Casiraghi, la sorella compresa nella stessa decisione vaticana. L’intera comunità riunita ha appreso lunedì sera la notizia con un sospiro di sollievo. Non tanto perché l’ex priore e gli altri confratelli abbiano scelto di allontanarsi secondo le indicazioni della Santa Sede, sulla base di un documento “approvato in forma specifica dal Papa”. Quanto per la possibilità che questa incomprensione possa essere ricomposta in tempi ragionevoli. Non si tratta infatti di un allontanamento permanente.

Nessun siluramento, nessuna volontà di “cacciare” Enzo Bianchi dalla realtà che lui stesso ha ideato e costruito. Ma la richiesta di un tempo di riflessione, in una località diversa, per permettere a tutti di ritrovare serenità e di ridefinire gli obiettivi connessi al carisma di Bose. La speranza di tutti è che questo periodo si possa chiudere, secondo le modalità e i tempi che saranno definiti con l’aiuto della Segreteria di Stato, per riavviare tutti insieme un percorso di fraternità di nuovo importante e sereno.

Ci vorrà probabilmente tempo per rimarginare una ferita che rischiava di danneggiare l’immagine di Bose, confondere i tanti amici della comunità e, soprattutto disorientare i fratelli delle diverse confessioni cristiane che ormai da decenni guardano alla piccola realtà del Biellese come a un faro di speranza nel segno dell’unità. Con questa volontà di pace si è mossa la Segreteria di Stato.

Così tra il 6 dicembre 2019 e il 6 gennaio 2020 i visitatori apostolici – l’abate Guillermo Leon Arboleda Tamayo, suor M.Anne Emmanuelle Devéche, abbadessa di Blauvac e lo stesso padre Cencini – hanno ascoltato a lungo, spesso per intere giornate, tutti i membri della comunità. Anche sulla base della loro relazione, la Santa Sede ha emanato il decreto che, lo scorso 13 maggio, ha deciso l’allontanamento temporaneo di Enzo Bianchi e degli altri tre confratelli. Una decisione accolta dell’ex priore con profonda sofferenza. “Siamo disposti, nel pentimento, a chiedere e a dare misericordia”, aveva dichiarato mercoledì scorso in un comunicato. E misericordia, nell’ascolto paziente e nella disponibilità ad accogliere le sue considerazioni fino all’accordo finale, è stata impiegata con autentico spirito di fraternità senza ricorrere agli strumenti ultimativi del diritto canonico.

Sarebbe stato davvero spiacevole infatti che la decisione di perseverare nella non obbedienza fosse sfociata in un decreto di dimissioni dalla comunità da parte della Santa Sede. Scelta che, pur prevista dalle norme, nessuno ha mai davvero preso in considerazione. E alla fine la buona volontà dimostrata da entrambe le parti è stata premiata.

Bose ora può ripartire. Può mettere da parte le incomprensioni “per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità e la gestione del governo”, può ritrovare il clima fraterno e rimettere a punto le linee portanti per un processo di rinnovamento. Certo, le questioni sul tappeto sono tante e importanti, a cominciare dalla configurazione giuridica di Bose che, a oltre mezzo secolo dalla fondazione e nonostante la statura internazionale conquistata, è rimasta un’associazione privata di fedeli che dipende dal vescovo locale.