Chiesa

Irlanda. La Dublino dei poveri. Dopo papa Francesco più donazioni, ma la crisi morde

Francesca Lozito, Dublino sabato 24 agosto 2019

Papa Francesco a Dublino l'anno scorso (foto d'archivio Ansa)

Dublino, Centro diurno dei cappuccini. Dove un anno fa entrava papa Francesco per la visita durante l’Incontro mondiale delle famiglie oggi entrano uomini, donne e bambini. Troppi bambini che sulla soglia della mensa, in attesa di ricevere anche loro il bigliettino dal volontario che li farà entrare, giocano. E sorridono, nonostante tutto. Perché sono qui? Padre Sean Donhoe un anno fa non era così arrabbiato, ora si sente più impotente di allora: «Questi bambini – spiega mentre aiuta in cucina a mettere in ordine dopo il servizio – sono qui perché i loro genitori non riescono con lo stipendio a comprare il cibo. Duemila euro di affitto sono una cifra ormai richiesta per una casa a una famiglia. Capisce bene che anche se due persone lavorano non ce la fanno a fare tutto con lo stipendio. E vengono qui».

Questo è l’altro lato della Dublino scintillante dei docks, delle grandi compagnie. Google e Facebook, le gru alte in cielo a costruire palazzi su palazzi. E niente case per la classe media. Niente case per chi è rimasto schiacciato dalla crisi. Alla mensa dei poveri ci sono i drogati, gli alcolizzati, ma oggi ad essere homeless o a forte rischio di diventarlo sono loro, i volti normali. Le persone che vivono di stipendi sopra il migliaio di euro. Più di diecimila gli homeless, tremilacinquecento bambini.

«La visita di papa Francesco è stata forse il segno più importante dell’Incontro mondiale delle famiglie un anno fa e noi vogliamo pensare così» spiega ancora il frate. Sui muri della mensa ci sono le tantissime foto del Papa con tutte le persone che lavorano al centro e che vi gravitano attorno. Maureen lavora in cucina e dice con orgoglio «io gli ho stretto la mano!».

Ma tutti questi segni si sono tradotti anche in un aiuto concreto da parte delle persone che sono rimaste toccate dalla scelta del Papa di venire qui, a Smithfield, quartiere multietnico e popolare nel cuore della città, e stare per una parte del suo tempo in Irlanda con questi ultimi: «Grazie alle donazioni private che abbiamo ricevuto in quei giorni abbiamo potuto dare alloggio a cento persone in quindici appartamenti. Sono quello stesso centinaio di persone che hanno rappresentato per noi che siamo comunque una realtà piccola di Dublino (ci sono fondazioni come quella dei gesuiti, la Peter Mc Verry Trust, radicate in tutta l’Irlanda, ndr) l’aumento da cinquecento a seicento ospiti». Ai quali i cappuccini non danno non solo un pasto, ma l’assistenza medica - che qui in Irlanda è a pagamento anche per il medico di base - la possibilità di fare la doccia, il dentista e l’assistente sociale.

Lo scenario cupo padre Sean lo vede anche per l’incertezza della Brexit: «È scontato che qui si riverseranno tanti degli immigrati che non andranno più in Gran Bretagna. E allora che cosa succederà? La popolazione, già impoverita, li rigetterà e manifesterà contro di loro?».

Dalla cucina della mensa l’orizzonte si vede chiaro a Dublino. È soprattutto una questione di Vangelo: «Se gira l’angolo può entrare in Chiesa, ma io dico che anche alla mensa si fa Messa. Non le sembra liturgia questa qui? Non le sembra che Cristo sia qui, in un altro modo, in un altra forma, insieme a centinaia di persone tutti i giorni. È qui». In fondo anche il Papa ce lo ricorda ogni giorno nel suo magistero: «Vede – sorride finalmente padre Sean – Francesco è come se fosse ancora qui».