Chiesa

Mazara del Vallo. Don Caronia «giusto di Sicilia» La forza della carità contro la mafia

Lilli Genco mercoledì 19 novembre 2014
Il suo appello a favore dei contadini sfruttati dai feudatari e dai gabelloti mafiosi «arricchitisi col frutto del sudore dei lavoratori» firmò la sua condanna a morte. Don Stefano Caronia, arciprete di Gibellina, prete 'sociale' vicino a don Luigi Sturzo, venne ucciso con tre colpi di pistola in pieno centro, vicino alla sede della cooperativa di consumo che aveva contribuito a fondare, il 27 novembre del 1920: non solo un’esecuzione ma anche un gesto dimostrativo, scrivono gli storici locali. Una storia finita nell’oblio, una vittima dimenticata. Dopo quasi cento anni da quell’omicidio, a ricostruire parte della storia d’impegno sociale del prete sta lavorando il centro socio-educativo 'I giusti di Sicilia' operativo da più di un anno nel Seminario vescovile di Mazara del Vallo proprio per promuovere la cultura della legalità. Lunedì pomeriggio la figura di don Caronia è stata presentata al pubblico e la sua foto, incorniciata, è stata collocata nell’allestimento del Centro insieme a quella degli altri 'giusti' - uomini delle istituzioni, artisti, preti e laici - che rappresentano un percorso esemplare di impegno e di legalità soprattutto per i giovani. «Don Caronia aveva alzato la voce a favore dei contadini fino a chiedere che le terre della Chiesa fossero strappate dalle mani dei gabelloti mafiosi – spiega il rettore del Seminario don Francesco Fiorino –. Come ricorda lo storico della mafia Umberto Santino, il prete aveva attaccato il capomafia locale Ciccio Serra e aveva chiesto di controllare personalmente l’esazione dei censi ecclesiastici. Un gesto clamoroso per l’epoca». Tra le testimonianze raccolte anche quella della nipote di don Caronia, Rosaria Ferrante oggi novantenne: «Mia madre è vissuta nel ricordo di questo fratello ucciso e nel rammarico per un delitto rimasto impunito – ha raccontato nel suo messaggio registrato – 'sarò' vostro parroco fino a morire per voi' aveva detto nella sua prima omelia a Gibellina e quello è stato il suo destino. In fin di vita con in mano il crocifisso ha perdonato i suoi assassini». «Nel 1920 il Partito Popolare di Gibellina affrontò due competizioni elettorali ottenendo la conquista dell’amministrazione civica» – ha spiegato don Pietro Pisciotta storico della Chiesa mazarese –. Una vittoria che secondo lo storico locale preoccupò la mafia agraria del paese e sancì il «calvario di don Caronia». Prima le minacce con lettere anonime, poi l’esecuzione plateale nel centro del paese. Don Sturzo, nel telegramma inviato al partito popolare della provincia di Trapani scrisse di essere 'impressionatissimo' dell’uccisione di don Caronia definendolo «vittima dell’opera a vantaggio dei contadini siciliani». «Di questi preti che in un contesto difficilissimo hanno rappresentato una resistenza alla mafia non è rimasta memoria forse perché il loro ricordo richiama un impegno di credibilità forte a cui non possiamo sottrarci – conclude don Fiorino – . Oggi vogliamo restituire dignità alla figura di don Caronia e attualizzarla».