Chiesa

Libano. Il vescovo maronita: «Così la mia vita sotto la Croce»

Giorgio Paolucci domenica 13 settembre 2020

l racconto del presule libanese in vista della solennità molto sentita nelle Chiese orientali. E narra il legame creatosi con una profuga musulmana rimasta colpita dall’accoglienza della comunità cristiana nel 2006

«Domani (lunedì 14 settembre, ndr) la Chiesa celebra l’Esaltazione della Santa Croce, una festa molto sentita soprattutto nelle Chiese orientali. Il mio popolo sta sperimentando quanto è dura l’esperienza della croce, ma siamo certi che non è questa l’ultima parola su di noi. Anche io ne sono certo, la mia storia lo testimonia». Mounir Khairallah è il vescovo maronita di Batroun, la città-porto che si affaccia sul Mediterraneo fondata 3.400 anni fa dai Fenici, e per lui celebrare la croce sulla quale morì Gesù significa fare memoria di alcune date fondamentali della sua vita.

Il 13 settembre 1958, vigilia di questa festività, i suoi genitori vennero uccisi sotto i suoi occhi durante una rapina in casa. Aveva solo 5 anni, con lui c’erano i suoi tre fratelli. «La nostra zia suora si prese subito cura di noi, ci portò nel monastero dove viveva e ci fece pregare per chi aveva ammazzato mamma e papà. “Facciamo come Gesù, preghiamo e perdoniamo”. Qualche giorno dopo l’assassino venne catturato, qualcuno offrì una pistola al fratello di mio padre per consumare la vendetta, ma anche lo zio disse che il perdono era la cosa giusta. Sono cresciuto conservando nel cuore quegli episodi e quelle parole e cercando di farne il cuore della mia esistenza».

Il piccolo Mounir diventa grande, entra in Seminario e il 13 settembre 1977, vigilia della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, viene ordinato sacerdote. Nel 2006 centinaia di sciiti in fuga dal conflitto che si sta consumando tra l’esercito israeliano e le milizie di Hezbollah arrivano a Batroun, dove lui è parroco della Cattedrale, e vengono ospitati per 33 giorni nelle case e nei saloni parrocchiali. Nascono legami e amicizie e quando arriva il momento di rientrare nel suo villaggio Fatima, una giovane musulmana, chiede di portare con sé la croce che gli scout avevano collocato nel centro di accoglienza di Batroun. «Che te ne fai di una croce?», chiede il prete alla ragazza islamica, e lei risponde: «In questi giorni voi cristiani ci avete testimoniato cosa sono il perdono e la carità, lasciaci portare la croce nel nostro villaggio perché continui a ricordarcelo». Due anni dopo Fatima torna a Batroun. È il 14 settembre, si celebra l’esaltazione della Santa Croce. Insieme al marito Mohammed, con cui si era sposata il giorno prima, chiede la benedizione di abuna Mounir. «Continuiamo a sentirci, ormai siamo diventati amici – racconta il vescovo –. Un giorno mi ha confidato che aveva iscritto i figli alle scuole del vescovado maronita di Tiro. Da quella croce è germinato qualcosa di nuovo. Non ho mai cercato di convertire Fatima, questi sono i frutti dell’umanità che lei, come tanti musulmani, aveva respirato vivendo insieme a noi. E questo è il Libano, terra abitata da persone che nei secoli hanno imparato a vivere insieme facendo delle differenze un fattore di coesione e non di divisione. A noi cristiani non è chiesto di arruolare gente, ma di testimoniare il fascino di Gesù che ci ha conquistati e può attrarre tutti coloro che incontrano i suoi amici. Vivere la fede come una identità certa e insieme aperta, ecco il nostro compito. I frutti sono nelle mani di Dio».

Subito dopo l’esplosione al porto di Beirut che ha causato la morte di 200 persone, monsignor Khairallah ha chiamato a raccolta i giovani della sua città per portare aiuto alle popolazioni colpite sgombrando le strade dalle macerie e soccorrendo le famiglie negli appartamenti sventrati. Un’iniziativa mossa dal desiderio di condividere la sofferenza di quanti stanno vivendo l’esperienza della croce, colpiti da una tragedia di cui ancora non si conoscono i responsabili. Una tragedia che ha fatto crescere la rabbia della popolazione nei confronti del governo e di una classe politica precipitata ai minimi storici di popolarità. «La società civile libanese è viva e vitale, pronta a rimboccarsi le maniche come hanno testimoniato migliaia di giovani che per giorni hanno regalato le loro energie per aiutare a sanare le ferite di Beirut. Come è già accaduto in passato, sapremo risollevarci e ripartire, grazie agli aiuti che stanno arrivando da tanti Paesi e con l’energia che ci viene dalla fede. Dopo questa croce ci sarà Risurrezione. Lo ha ricordato papa Francesco pochi giorni fa: “Anche durante i periodi più bui della loro storia i libanesi hanno conservato la loro fede in Dio e dimostrato la capacità di fare della loro terra un luogo di tolleranza e di convivenza unico nel Medio Oriente”. Continuo a credere che il Libano è un messaggio di libertà e di convivenza. Ma questo non può fare dimenticare le pesanti responsabilità di quanti detengono il potere e che da troppi anni portano la responsabilità della crisi in cui versa il mio amato Paese. Queste persone devono fare un serio esame di coscienza, ammettere le loro responsabilità, farsi da parte e restituire ciò che hanno sottratto al popolo».