Chiesa

Al convento di San Gregorio al Celio. «Così la Madre viveva con noi a Roma»

LAURA BADARACCHI sabato 3 settembre 2016
A fare il servizio di portinaia, in questi giorni che precedono la canonizzazione di Madre Teresa, c’è sister Prasna, di origine friulana. «Il nome significa “vuota”, e la Madre diceva che era un programma di vita, perché bisogna essere completamente vuoti perché il Signore possa riempirci», spiega rapidamente, mentre passiamo in cappella e mi mostra la reliquia del sangue della loro fondatrice. «Ne abbiamo un’altra nella sua stanza», aggiunge. Nel convento di San Gregorio al Celio, a due passi dal Circo Massimo, l’ex pollaio dei monaci camaldolesi era stato donato alle Missionarie della carità e da loro trasformato in piccole stanze. In una di queste dormiva la suora di origini albanesi che sarà elevata all’onore degli altari da papa Francesco. Uno spazio angusto, minuscolo, ora aperto alla venerazione dei fedeli: un letto a dir poco austero (due panche che sorreggono il materasso), una scrivania con una sedia, un piccolo armadietto in legno. «Abbiamo aggiunto da poco una teca in vetro dove esporre un golfino blu della Madre», spiega suor Prasna, mentre prende fra le mani un crocifisso in legno appoggiato sulla scrivania, che custodisce l’altra reliquia del sangue della santa. All’esterno della cameretta, c’è un via vai di suore, impegnate nelle pulizie con secchi e spazzoloni; altre consorelle insieme a suor Cyrene, la superiora provinciale dell’Italia di origini marchigiane, sono andate con un pulmino in via Casilina ad allestire tende in cortile e posti letto per le tante suore che arriveranno da ogni parte del mondo in occasione della canonizzazione.  A pochi metri, non si ferma il servizio delle Missionarie della carità ai più poveri fra i poveri, a cui sono chiamate e per cui professano un quarto voto, specifico, voluto dalla loro fondatrice. Nella casa di accoglienza di San Gregorio al Celio vengono ospitati oltre 60 uomini, stranieri e italiani, senza dimora o con disabilità, anche ex detenuti in alcuni  casi. «Qui il pranzo si serve alle 11», riferisce Carla Cesarotti, una volontaria storica. «Ho bussato a questa porta nel 1983 e la superiora di allora, suor Monia, mi invitò a lavare i pavimenti. Ho cominciato così, provando una grandissima gioia mista a meraviglia. Allora nella casa venivano accolte anche le donne e io mi occupavo del loro piano. Ho  stretto subito amicizia con alcune, che chiedevano affetto e ascolto». Oggi Carla ha quasi 70 anni, i suoi due figli Davide e Nicoletta sono sposati e l’hanno resa nonna, eppure continua a venire a dare una mano alle suore con il sari bianco orlato di blu, che conosce tutte per nome e che la salutano con un sorriso luminoso. Ancora le brillano gli occhi di commozione quando ripensa al suo primo incontro con Madre Teresa, 32 anni fa: «Mi è venuta incontro e mi ha abbracciato, come fa una mamma che rivede sua figlia. L’accompagnavo con la mia macchina nei giri che doveva fare quando si fermava a Roma per qualche tempo. Era molto ironica, gioiosa; il suo sorriso, che entrava nell’anima, era un dono enorme. Un giorno le chiesi cosa significasse per lei chiudere una casa o trasferire altrove una comunità di consorelle.  Rispose: “Vuol dire che è la volontà del Signore”, perché concepiva la realtà come un dono di Dio». E nelle sue parole, aggiunge Carla, «si percepiva un’esperienza spirituale aperta a tutti. Ripeteva: “Sia tu indù, cristiano o musulmano, è il modo in cui vivi la tua vita che mostra se appartieni a Dio oppure no”». Sono una ventina i volontari che frequentano più assiduamente la casa di accoglienza di San Gregorio al Celio. Oltre a Carla, da sette anni c’è Ofredo Carotti, 63 anni, un passato da impiegato nel settore bancario e finanziario. Dopo un lungo percorso interiore di conversione, ha deciso di riavvicinarsi alla fede, grazie alla testimonianza di Madre Teresa, conosciuta indirettamente attraverso servizi televisivi, libri e articoli di giornale. Nel 2009 ha scelto di fare volontariato presso le sue figlie spirituali, «in cui la vedo viva. Così mi sembra di averla incontrata personalmente».