Chiesa

Comunicare. Pagnoncelli: Chiesa, impara da Gesù ad ascoltare per poter parlare a tutti

Lorenzo Rosoli mercoledì 17 aprile 2024

Duccio di Buoninsegna, “Gesù e la Samaritana al pozzo di Giacobbe”, retro della “Maestà”. Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza

«La nostra generazione ci è cresciuta, col Salve Regina. Il suo linguaggio ci è familiare. Ma un ragazzo d’oggi cosa capisce dell’orsù dunque, avvocata nostra? Non si tratta di rivoluzionare le preghiere, ma di ripensare e rivitalizzare il linguaggio cristiano perché sappia parlare alle donne e agli uomini d’oggi, in particolare ai giovani con i quali la Chiesa fa ancor più fatica a comunicare. Una sfida che possiamo affrontare: consapevoli che la coerenza tra il messaggio proclamato e la testimonianza di vita, è e resta un elemento decisivo. Com’è decisivo guardare al modo con cui comunica Gesù, per imparare da lui». Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia e docente di “Analisi della pubblica opinione” alla Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica di Milano, fa parte della Presidenza del Comitato nazionale del Cammino sinodale. Con lui Avvenire fa il punto su uno dei temi proposti alle diocesi per il discernimento della fase sapienziale: il linguaggio e la comunicazione.

Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia e docente di “Analisi della pubblica opinione” alla Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica di Milano, fa parte della Presidenza del Comitato nazionale del Cammino sinodale - Ansa

“Si è sempre fatto così”? Un vicolo cieco

«Linguaggio e comunicazione formano un’area tematica riconosciuta come cruciale proprio su sollecitazione dei gruppi sinodali», racconta Pagnoncelli. La commissione che se ne occupa, e di cui il presidente Ipsos fa parte, «ha scelto di articolare il suo lavoro su tre ambiti e in tre sottogruppi. Il primo: studiare – per attualizzare – come Gesù si pone in ascolto del mondo e come comunica. Il secondo: gli stili, gli strumenti, le azioni della comunicazione, considerati non solo nella loro parte tecnica. Il terzo: la liturgia, che – è emerso dai gruppi sinodali – spesso è sentita lontana, anacronistica, uno degli ambiti di maggiore distanza rispetto a linguaggi e sensibilità delle persone d’oggi. Nessuno ha la pretesa di offrire soluzioni pronte. Ma sarebbe già un bel passo in avanti se la Chiesa prendesse piena consapevolezza dell’importanza di queste sfide, e che la chiusura difensiva, il “si è sempre fatto così” sono vicoli ciechi».

Ascoltare le domande di senso dei giovani

Proprio il modo di comunicare di Gesù richiama «l’importanza dell’ascolto. La comunicazione è sempre in due direzioni. E una Chiesa che sa comunicare, con i credenti come con i non credenti, è anzitutto una Chiesa che sa ascoltare – scandisce Pagnoncelli –. Non per “inseguire” l’opinione pubblica, ma perché non teme di aprirsi alle istanze, ai desideri, alle emozioni, anche alle paure, che il messaggio evangelico suscita quanto tocca la nostra vita. Nelle donne e negli uomini d’oggi, e in modo esemplare nei giovani, abitano domande di senso, questioni personali e sociali, che a volte emergono, a volte restano latenti. E chiedono ascolto. Fra i giovani, ad esempio, osserviamo una sensibilità crescente verso il futuro del pianeta e la cura del creato. Su questo versante la Chiesa ha un riferimento profetico nell’enciclica Laudato si’, innovativa sul piano del contenuto come del linguaggio. Papa Francesco ha saputo intrecciare sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale». E ha saputo illuminare connessioni e responsabilità, in una società che tende a eludere le prime come le seconde.

Se il bravo praticante evade il fisco e non vuole i migranti

«Molte difficoltà che la Chiesa vive sul piano della comunicazione e del linguaggio – spiega Pagnoncelli – sono legate al profondo cambiamento antropologico avvenuto negli ultimi tre decenni». Le sue coordinate essenziali? «La crescente divaricazione fra dimensione individuale e senso di appartenenza a una collettività, lo scisma fra l’io e il noi, lo chiama il Papa. Questo porta ad accentuare i diritti rispetto ai doveri e a dare sempre la colpa agli altri. C’è poi quella che il filosofo Remo Bodei chiamava “frammentazione identitaria”. L’individuo non si preoccupa più della coerenza tra valori e comportamenti, tra modo d’essere e di vivere. Così accade che un’ampia parte di quanti vanno a Messa sia favorevole a respingere i migranti. E che riconosca a parole il valore della fraternità e poi evada il fisco. Come se il Vangelo non fecondasse in alcun modo le nostre scelte di vita. L’emotività prevale sulla razionalità, e la percezione sulla realtà dei fenomeni. Viene meno anche il senso del pudore. Non sorprende che in questo scenario il sacramento più in crisi sia la Riconciliazione».

Con tutti, con ciascuno. Curando le piccole cose

Ma con questo scenario «deve fare i conti una Chiesa che voglia rinnovare il linguaggio cristiano e rivitalizzare la comunicazione del Vangelo. Così come – sottolinea Pagnoncelli – deve fare i conti con internet, i social, le nuove tecnologie della comunicazione. Qui non basta avere familiarità con gli aspetti tecnici: ci sono alcuni “fondamentali” della comunicazione da riscoprire. Anzitutto serve coerenza fra i messaggi dei diversi livelli e soggetti ecclesiali, altrimenti chi li riceve, credente o non credente, tenderà a farsi guidare dalla “logica confermativa” – la stessa che nei social crea le “bolle” nelle quali ci lasciamo imprigionare». E poi: «Il mondo delle aziende da decenni ha affrontato efficacemente il problema di come raggiungere i target. E la Chiesa? È consapevole che i credenti non sono tutti uguali? E che pure i non credenti non sono un tutto indistinto? Un conto è rivolgersi a un adulto che si prende cura di un genitore con l’Alzheimer, un conto è parlare di Eucaristia con divorziati risposati, o con una coppia omosessuale... Bisogna comunicare il Vangelo partendo dalla loro vita reale, dalle loro sofferenze e speranze. Bisogna saper parlare a tutti e a ciascuno. Come Gesù: che sa ascoltare tutti, sa entrare empaticamente nella vita di ciascuno, sa trovare le parole giuste per la Samaritana e le parole giuste per ogni altro interlocutore. Parole coerenti con la vita». Una coerenza che interpella la Chiesa d’oggi. «Anche in cose che possono sembrare minori, come la cura dei luoghi o la cura dell’aspetto, evitando la sciatteria come lo sfarzo. Estendere i tempi d’apertura delle chiese, comunicare con chiarezza gli orari delle Messe e delle confessioni, valorizzare i momenti che precedono e seguono la liturgia: anche questa è buona comunicazione».