Chiesa

Corea del Sud. Chiesa in Corea, le radici nella fede vissuta dai laici

Bibiana Joo-Hyun Ro mercoledì 30 luglio 2014
Dal 14 al 18 agosto papa Francesco visiterà la Corea del Sud. Per capire la Chiesa cattolica sudcoreana e la sua realtà in espansione, bisogna guardare da vicino il fenomeno delle piccole comunità cristiane. Si tratta di gruppi di fedeli appartenenti a una stessa parrocchia che si riuniscono nelle case a turno, leggono la Scrittura, vivono l’amicizia e la solidarietà reciproca, pregano insieme. Una proposta che si fonda sull’eredità del Concilio Vaticano II. A questa esperienza dedica uno studio il numero di luglio della rivista «Il Regno». L’analisi dal titolo «La forza del Vangelo in Corea» è curata da Bibiana Joo-hyun Ro, segretaria esecutiva per il settore Strategia pastorale integrale asiatica dell’Ufficio per il laicato e la famiglia della Federazione delle Conferenze dei vescovi dell’Asia e segretaria esecutiva del Comitato per le piccole comunità cristiane della Conferenza dei vescovi cattolici di Corea. La scommessa è cominciata già dal 1990, nella quinta Assemblea generale a Bandung, quando la Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia ha deciso di impostare il rinnovamento delle Chiese locali per un «nuovo modo di essere Chiesa» e per rispondere alle sfide dell’evoluzione delle società asiatiche e alla priorità data all’evangelizzazione. E le diocesi coreane hanno risposto impostando una profonda modifica della pastorale che comporta tra l’altro la valorizzazione del ruolo laicale e femminile.
Nel XVII secolo, il cattolicesimo venne presentato agli intellettuali della dinastia Choson da pubblicazioni cattoliche tradotte in cinese come una delle nuove idee e conoscenze pratiche. Essi studiarono quelle pubblicazioni sul cattolicesimo e cercarono di praticarne gli insegnamenti a livello personale. Nel 1784, uno di loro, Seung Hoon Lee (1756-1801), ricevette il Battesimo in Cina, a Pechino, ritornò in Corea e cominciò a battezzare altri coreani. Fu così che venne fondata la Chiesa cattolica in Corea. Quei credenti cominciarono a tenere riunioni «Myongryebang» come una comunità di fede cristiana. In Corea dunque abbiamo la situazione unica di una fede cattolica volontariamente accolta e diffusa dai laici e dalle loro comunità di fede senza l’intervento di missionari e sacerdoti provenienti dall’estero fino al 1795.  Gli uffici governativi conservatori, imbevuti di confucianesimo, considerarono il cattolicesimo sovversivo e pieno di idee pericolose e di minacce a causa dei valori che propugnava: dignità, diritti e uguaglianza degli esseri umani indipendentemente da classe, genere e razza. Nel contesto del confucianesimo, questi valori del cattolicesimo erano considerati 'una credenza pericolosa che viola il sistema sociale gerarchico'. Di conseguenza la grave persecuzione e soppressione dei cattolici durò quasi un secolo, dal 1791 al 1886, e circa 10mila fedeli, fra cui 10 sacerdoti, morirono martiri. Fra questi martiri, 103 sono stati canonizzati nel 1984: 11 chierici e 92 laici, di cui 47 donne e 45 uomini. Finalmente nel 1886 la Chiesa cattolica in Corea ottenne la libertà di religione, ma attraversò un periodo oscuro durante l’occupazione giapponese e la guerra di Corea. Dopo questi sconvolgimenti po-litici, sociali e culturali, la Chiesa cattolica in Corea è cresciuta rapidamente. Dagli anni Sessanta agli anni Novanta il numero dei cattolici in Corea è notevolmente aumentato. Le attività e gli impegni della Chiesa cattolica nel campo della giustizia sociale, della pace e del bene comune durante il processo del movimento democratico contro la dittatura militare ne hanno assicurato la crescita. In base alle statistiche del 2013, essa conta 16 diocesi e 1.668 parrocchie. I cattolici sono 5.442.996, pari al 10,4% della popolazione totale, con 4.865 sacerdoti. La promozione delle piccole comunità cristiane. La maggior parte delle diocesi della Chiesa cattolica in Corea ha promosso ufficialmente le piccole comunità cristiane da quando l’arcidiocesi di Seul le introdusse nel 1992 come priorità pastorale a lungo termine per la "nuova evangelizzazione", direttamente in risposta a un appello lanciato dalla V Assemblea plenaria della Federazione delle conferenze episcopali dell’Asia (Fabc) a favore di  "un nuovo modo di essere Chiesa: una Chiesa partecipativa". Era un impegno al rinnovamento, che originava dal Concilio Vaticano II e dalla sua ecclesiologia di comunione. L’arcidiocesi di Seul ha progressivamente elaborato modelli, metodi, corsi di formazione, programmi e materiali per realizzare le piccole comunità cristiane. Piuttosto in ritardo, anche la diocesi di Jeju ha introdotto le piccole comunità cristiane a livello diocesano, quando nel 2002 vi è stato nominato vescovo Peter Kang U-il, che le aveva introdotte nell’arcidiocesi di Seul. La caratteristica veramente unica della promozione delle piccole comunità cristiane in Corea rispetto alle piccole comunità cristiane di altri paesi è lo sforzo coreano di trasformare le preesistenti riunioni ban (sezione divisa a livello geografico) e guyeok (distretto formato da vari ban) in piccole comunità cristiane. Le riunioni ban esistevano in molte parrocchie in Corea fin dagli anni Settanta. Erano le unità basilari della parrocchia, che era uniformemente divisa sulla base di un’area residenziale. Rispecchiavano la concezione della struttura governativa di controllo del popolo. Erano organizzate principalmente come strutture amministrative per coadiuvare i sacerdoti nella gestione della parrocchia. Perciò normalmente i partecipanti alle riunioni ban si limitavano ad ascoltare, a eseguire gli ordini e ad aiutare i pastori. Tuttavia inizialmente si basarono le piccole comunità cristiane in Corea sulle riunioni ban preesistenti, per cui, quando si chiese di trasformare le riunioni ban in vere piccole comunità cristiane, molti laici e sacerdoti non riconobbero le differenze fra le riunioni ban e quelle delle piccole comunità cristiane. Questa tendenza esiste ancora in Corea. La Chiesa cattolica in Corea ha riflettuto sulla necessità del rinnovamento della Chiesa e ha cercato una strada verso una comunione di comunità, comunità di servizio e comunità di testimonianza al Vangelo nella prospettiva del Concilio Vaticano II. La voce profetica del Concilio Vaticano II è risuonata e ha ispirato il popolo di Dio nella Chiesa in Corea. La promozione delle piccole comunità cristiane è stata certamente associata con questa riflessione e visione della Chiesa. 
In particolare, prima di essere introdotte nella Chiesa cattolica in Corea dalla Chiesa istituzionale a livello diocesano nel 1992, già nel 1984, quando si celebrò il 200° anniversario della Chiesa cattolica in Corea, nel Governo della Chiesa dell’Assemblea pastorale nazionale si presentava la comunità ecclesiale di base come un metodo pastorale per il rinnovamento delle parrocchie, basato sull’ecclesiologia di comunione del concilioVaticano II. Questa assemblea spiegava che l’ideale sarebbe stato quello di sviluppare le riunioni ban come comunità ecclesiali di base. Le caratteristiche delle piccole comunità cristiane, nei termini dei quattro elementi descritti dal settore «Strategia pastorale integrale asiatica» dell’Ufficio per il laicato e la famiglia della Fabc e dal-l’Istituto pastorale di Lumko in Sudafrica, sono stati ulteriormente sviluppati dalla Chiesa cattolica in Corea. Innanzitutto i fedeli si riuniscono in piccoli gruppi per sperimentare la vita comunitaria. Un gruppo di fede cerca di riunire tutti i membri della famiglia e si incontra regolarmente nelle case a turno. In questa riunione i fedeli possono sperimentare nuovamente i legami fraterni, vivere l’amicizia, l’attenzione e la cura reciproca, uno stretto contatto e un senso di solidarietà basato sulla fede comune. In breve, la riunione mira alla costruzione della "vita comunitaria" a partire dalla fede.I fedeli, in secondo luogo, si riuniscono nella forza della Parola di Dio. Nelle piccole comunità cristiane i membri sono orientati verso l’ascolto e la condivisione della parola di Dio per dimorare in Cristo, che è la Parola di Dio incarnata nel mondo. Come terzo aspetto, i fedeli tendono a mettere in pratica la Parola di Dio nella vita quotidiana concreta nel loro ambiente. Nelle piccole comunità cristiane, i membri cercano di rispondere alle loro reciproche necessità e a quelle del loro prossimo. È un modo di vivere e praticare la loro attività evangelizzatrice per la trasformazione del mondo nel regno di Dio in un determinato luogo e tempo come discepoli di Gesù. Infine, i fedeli pregano insieme in comunione con la Chiesa universale. Nelle piccole comunità cristiane i membri si sostengono a crescere insieme nella loro vita spirituale attraverso riunioni regolari basate sulla preghiera comune, sulla condivisione del Vangelo e su altri riti e celebrazioni liturgiche. Le piccole comunità cristiane creano l’ambiente della spiritualità comunitaria. L’unità fra le piccole comunità cristiane e la Chiesa universale appare più profonda ed evidente come crescita spirituale olistica dei fedeli in collegamento con la comunione spirituale della Chiesa universale piuttosto che unicamente attraverso il loro collegamento con i pastori della parrocchia. Bisogna incrementare nei fedeli la consapevolezza dell’importanza della spiritualità e l’impegno a viverla più intensamente attraverso la partecipazione alle piccole comunità cristiane per vitalizzarle e sostenerle come base vivente della Chiesa.