Chiesa

DOPO GLI SBARCHI. Immigrati, Migrantes e Cei: serve decreto flussi straordinario

venerdì 18 febbraio 2011
Di fronte alla morte di quattro bambini rom a causa di un incendio nella loro baracca e al dolore di una famiglia a Roma, la Commissione episcopale per le migrazioni (Cemi) della Cei e la Fondazione Migrantes, “raccogliendo” la domanda di Benedetto XVI all’Angelus di domenica 13 febbraio, “la ripropongono alle nostre comunità cristiane e al Paese: una società più solidale e fraterna non avrebbe evitato questa tragedia?”. Lo fanno al termine dell’incontro che la Cemi ha avuto ieri, durante il quale sono stati approfonditi alcuni temi che in questi giorni “preoccupano” il Paese e le Chiese locali. “Il dramma, ultimo e ripetuto, di morti soprattutto di minori, di senza dimora immigrati nei campi e nelle strade di alcuni quartieri periferici e centrali delle città italiane – si legge in una nota diffusa oggi - ripropone l’impegno di un Chiesa fraterna, che sappia costruire percorsi, gesti e segni di solidarietà, ma soprattutto ripensare la politica e la città a partire dagli ultimi, dai piccoli, con forme di tutela quali il riconoscimento alla nascita della cittadinanza italiana. Oggi spesso sono le minoranze, famiglie numerose e persone, che chiedono protezione sociale, perché immigrate nel nostro Paese dopo le recenti guerre balcaniche”. La mobilità – prosegue la nota della Cemi e della Fondazione Migrantes - chiede “un supplemento di incontro, di relazione, un impegno educativo” alla luce degli Orientamenti pastorali della Cei per il prossimo decennio che sono stati analizzati durante l’incontro per “costruire un programma quinquennale che sappia coniugare identità e differenza, locale e globale”. “Con questo sguardo educativo, non senza preoccupazione anche qui per i primi morti, la Cemi guarda agli oltre 5.000 sbarchi di persone che sono giunte dai Paesi del Nord Africa – si legge ancora nella nota - in crisi politica ed economica. La crisi nord africana nasce dal desiderio di democrazia, dalla necessità di superare la corruzione e di affrontare la povertà, la mancanza del lavoro e di costruire prospettive future. Chi fugge dal Nord Africa oggi ha paura di una guerra civile, e quindi è importante saper raccogliere la domanda di persone che chiedono protezione internazionale, costruendo strumenti per offrire asilo, protezione sussidiaria, protezione umanitaria, protezione temporanea”. In questo senso, alla riapertura del centro di Lampedusa e di altri centri di accoglienza in Italia, alla dichiarazione dello stato di emergenza umanitaria del Consiglio dei ministri, debbono seguire alcuni percorsi “politici e sociali”. La Cemi e la Migrantes citano il “rafforzamento” e, “finalmente, la creazione di un percorso strutturale di integrazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati nel nostro Paese, rafforzando l’esperienza dello Sprar che vede già l’impegno congiunto dell’Anci e del mondo del volontariato e dell’associazionismo, delle parrocchie e degli istituti religiosi in Italia”; valutare la possibilità alla luce anche della storia di 200 mila immigrati provenienti dalla Tunisia, dall’Egitto, dall’Algeria e residenti nel nostro Paese, di “un decreto flussi straordinario per offrire regolarmente un lavoro agli immigrati” e “rafforzare la cooperazione internazionale nel Paesi del Nord Africa, con risorse e piani di sviluppo che guardino non solo alla creazione di macro-progetti, ma anche di microprogetti, costruiti con la partecipazione delle persone, famiglie sul territorio, che rispondano immediatamente ai bisogni delle famiglie, delle città nordafricane”. La Cemi e la Fondazione Migrantes invitano le comunità cristiane in Italia, e oggi “particolarmente in Sicilia, a un supplemento di ospitalità, con gesti che sappiano aiutare – conclude la nota - anche la classe politica a livello locale, regionale e nazionale a non rispondere con la chiusura, il rifiuto, o solo nella emergenza, alle richieste di giustizia, di pace e di protezione che viene ancora, oggi, da popoli, famiglie, persone in cammino”.