Chiesa

PAPA FRANCESCO / LA TESTIMONIANZA. Capovilla: come Roncalli La forza della Chiesa sono gioia e perdono

martedì 19 marzo 2013
Dalla vetta dei suoi quasi novantotto anni ha visto arrivare anche Francesco che – lo ammette – gli ricorda parecchio il "suo" Giovanni XXIII . E così adesso sono ben nove i papi della sua vita: se il primo, Benedetto XVI, è solo il ricordo di un bambino con gli occhi fissi su una copertina disegnata da Beltrame, e il secondo, Pio XI, quello di un seminarista che bacia la mano al Pontefice durante un pellegrinaggio a Roma, tutti gli altri – da Pio XII a Benedetto XVI sono Papi che ha guardato negli occhi, quattro dei quali, cioè Roncalli, Montini, Luciani e Wojtyla, gli hanno lasciato in custodia segreti e confidenze. Siamo con monsignor Loris Francesco Capovilla in una delle tre stanze dove vive a Ca’ Maitino, a Sotto il Monte: quella dove lavora o riceve visite, e, sgombrato il tavolo, mangia. Questo per dire che non ha aspettato il nuovo Papa per convertirsi alla sobrietà. Già, Francesco. E allora sotto con le domande. C’è aria di sorpresa, gioia, ottimismo... Condivide? «Certo. C’è la gioia per l’elezione e le prime indicazioni. Mi pare che l’abbia già detto lo stesso papa Francesco; non cediamo al pessimismo. Seguendo l’insegnamento di Sant’Ignazio, Francesco ci ha spronati a opporre il sorriso al pessimismo, a capire cha abbiamo più motivi per rallegrarci, per consolarci che per disperarci. E se guardiamo bene è il punto di partenza anche di papa Giovanni. La sua frase sui profeti di sventura non contiene tanto una reprimenda contro qualcuno, bensì un anelito a riporre fiducia nell’uomo, nei traguardi cui può e deve aspirare: libertà, giustizia, amore. Come comincia del resto il discorso di apertura del Concilio?». Gaudet Mater Ecclesia... «Appunto, "Gaudet...". La Madre Chiesa "si rallegra". La Chiesa ha condannato gli errori ora si guarda attorno, ma che cosa deve proporre al mondo di oggi: castighi, anatemi, scomuniche? No. Pur partendo dalla constatazione di un mondo che è malato, ma non ha una malattia terminale, propone una medicina. La medicina della misericordia. Che cosa ha detto domenica scorsa Francesco? Sia nella chiesa di Sant’Anna sia all’Angelus ha ricordato che il vero messaggio del Signore è la misericordia, che Dio è perdono, e qui torna anche la lezione di papa Giovanni. Che si vede anche nel significato ecumenico oltre che importante per la collegialità, nel sottolineare da parte di Francesco l’essere vescovo di Roma». Continua a legare i due papi, Roncalli e Bergoglio, monsignor Capovilla. «È vero. Ho vissuto queste ultime giornate avendo sempre negli occhi Giovanni XXIII, ascoltando le parole di Francesco ho ricordato la risposta di Roncalli alla domanda sull’accettazione: "Accetto l’elezione e chino il capo e le spalle alla croce"... Dobbiamo incamminarci con la Croce, ci ha già detto. Anche quando ha detto il nome Francesco, la mia mente è tornata alla scelta di Giovanni, che non si faceva da cinque secoli e ai perché: l’omaggio al padre, alla parrocchia, alle due persone più vicine a Gesù: l’Evangelista e il Precursore. Non solo, quando in televisione ho visto Francesco alla loggia, ho pensato a papa Giovanni che nella stessa situazione, lui che amava guardare negli occhi gli interlocutori, quella volta non vide che una folla fluttuante, perché accecato dai riflettori. Ma ho pensato a Francesco ricordando le parole di Giovanni quando rientrando fissando la Croce –come mi confidò – si sentì come dire "Angelo hai cambiato nome e vestito, ma ricorda, se non rimani mite e umile di cuore come me non vedrai nulla: né la situazione del mondo, né della Chiesa"». Al momento dell’elezione Giovanni XXIII aveva 77 anni, Francesco ne ha 76. Fattori come l’età e la forza fisica sembravano determinanti nell’identikit del successore di Benedetto XVI. «È vero. Ma è pur vero che Benedetto XVI ne aveva 78 e ci ha dato molto. E che Giovanni a quell’età ha convocato il Concilio. Direi che conta la forza fisica, ma conta innanzitutto quella spirituale, interiore, la robustezza intellettuale: le gambe contano, ma di più la testa che ragiona e il cuore che ama. Così spiego le elezioni di cui stiamo parlando. Papa Giovanni non era un poliglotta, ma era compreso perché faceva parlare la voce del cuore e l’ha fatto anche nel suo testamento: la Pacem in terris». Però sembrava un’indicazione. «Il tema dell’età ha caratterizzato anche il preconclave di Giovanni XXIII, quando votavano anche gli ultraottantenni: si diceva questo è troppo giovane, questo troppo vecchio, o troppo autoritario: i cardinali hanno bisogno di rapporti fraterni o paterni, ecco che cosa cercano: ci sono cardinali che si sono confessati da papa Giovanni, che del resto subì come un’umiliazione il primo – e ultimo bacio – ai piedi durante quella che si chiamava il rito dell’adorazione ad esprimere l’obbedienza al neoletto. Ecco che torna il pensiero di San Bernardo: "Papa dicitur quasi amabilis pater", l’immagine del Papa buon pastore, quella di Francesco». Il Papa gesuita, latinoamericano, sabato prossimo incontrerà il Papa emerito... «I gesuiti hanno mantenuto un contegno straordinario, pur rallegrandosi dell’elezione di un confratello. Ho pensato molto al cardinale Martini, al quale sono grato, soprattutto in questi giorni, abbiamo tutti un debito e non da ora con la Compagnia di Gesù: se si vuole andare nel mondo, ci si va con il loro metodo». E della provenienza geografica? Glielo chiedo ben consapevole che nella genealogia della Chiesa non c’è la parola straniero. «È vero c’è l’espressione di tutto un mondo. E tuttavia ricordo che il Papa viene eletto dal clero romano al quale appartengono i cardinali. Anche se vive e lavora lontano è stato fatto Papa un "romano". Ora scopriremo la sua vita, la sua azione, anche se già arrivano notizie della sua condivisione con i poveri. Però non dimentichiamoci che anche Benedetto ha avuto cura dei poveri: sotto il profilo spirituale, intendo gli affamati del pane della cultura, della conoscenza. Ci è stato maestro per otto anni e ci ha invitati a crescere nella fede con la ragione». E adesso che relazione ci sarà tra Francesco e Benedetto, in questo quadro inedito? «Non ho dubbi che Benedetto XV farà quel che ha detto: pregare, meditare. E ha già promesso obbedienza al nuovo Papa: il che significa pure disponibilità a lasciarsi interrogare da Francesco se questi lo desiderasse. In ogni caso – e non stiamo parlando dei dossier Vatileaks – Benedetto XVI ha lasciato sulla scrivania del suo successore qualcosa come trecento pagine scritte personalmente da lui, così mi è stato detto da Roma ». Chissà se Francesco ha già cominciato a leggerle.