Chiesa

IL CASO. Bufale, trucchi e ambiguità. Così la saga continua

M.Ca. martedì 20 dicembre 2011
​Non c’è speranza. Quando la macchina del fango si mette in moto, sembra inarrestabile. Nemmeno se si portano testi di legge, cifre, prove ed esempi. Qualcuno ha deciso che la Chiesa è colpevole di evasione e/o elusione fiscale e dunque i giornali (alcuni, va detto) continuano a propinare questa verità ai propri lettori. Tutto, ovviamente, a prescindere dai fatti, mischiando errori, mezze verità, titoli ambigui e via dicendo. La campagna sull’«Ici non pagata» è quasi un caso da manuali di giornalismo.Per mesi sulla stampa si è letto, ad esempio, che basta inserire una cappellina in una struttura alberghiera per ottenere l’esenzione dall’imposta. Questa bufala è stata messa in giro da un comunicato stampa radicale di qualche anno fa, e viene "copiancollata" regolarmente in molti articoli. Peccato, come abbiamo già scritto, che se un albergo di un ente religioso si fa una chiesettina interna, finisce per pagare l’Ici anche sullo spazio per la preghiera. Proprio perché gli alberghi, i B&B e gli hotel de charme, anche se sono gestiti da suore, non sono esenti.È proprio così. Per rendersene conto – di questa come di altre leggende metropolitane sull’Ici e la Chiesa – è sufficiente leggersi la legge sull’imposta in questione (504/92). Ma più istruttivo potrebbe essere scorrere la circolare del ministero delle Finanze, la n. 2 del 26 gennaio 2009, che elenca tutte le modalità e i casi di esenzione entrando nei dettagli più minimi, eliminando quella che molti continuano a definire "zona grigia", cioè la fantomatica area nella quale tra la definizione di "attività commerciale" e "non esclusivamente commerciale" si anniderebbero gli abusi. Zona grigia che, nella lettura della circolare, svanisce. Gli esempi delle bufale sono pressoché infiniti. Un grande quotidiano nazionale, in un’inchiesta dedicata all’argomento Ici e Chiesa, domenica dava il meglio di sé. Sotto una titolazione che richiamava astutamente la mappa cattolica del «business esente» dall’Ici, ecco il solito elenco di beni immobiliari, con gli oratori affiancati alle cliniche, i nidi d’infanzia alle sedi vescovili, senza distinzioni tra esenti Ici e no. Esemplare il caso di Propaganda Fide, accreditata di ben 9 miliardi di patrimonio immobiliare nella sola Capitale. Peccato che l’istituto che dà immobili in affitto per sostenere le missioni nel Terzo Mondo sia tra i primi tre contribuenti del Comune di Roma.Capitolo Alberghi, ecco l’immenso «patrimonio immobiliare vocato al turismo», i noti «complessi monumentali a 4 o 5 stelle», un business che per Federalberghi ammonta a 700 milioni di euro l’anno. Peccato che, trattandosi di alberghi e hotel aperti al turismo, ed essendo appunto "business", l’Ici sia dovuta. Da manuale, poi, ricordare che nel 2006 il Campidoglio stimò in 25,5 milioni «il gettito non corrisposto per gli immobili della Chiesa adibiti a uso commerciale». Quella stima, come abbiamo scritto intervistando chi l’aveva fatta, in realtà si riferiva a tutti gli immobili di tutti gli enti non commerciali romani (non solo della Chiesa) che la legge sull’Ici esenta per la rilevanza sociale, dunque non riguarda affatto quelli «a uso commerciale», che devono pagare.Un altro esempio di trucco del mestiere? Indicare le scuole paritarie, i nidi, le materne, e persino «gli istituti riservati all’alta borghesia», con tanto di nomi. Ma, giusto per spiegarvi come funziona, ecco pronta una smentita all’articolo in questione: l’Istituto Massimiliano Massimo, che fa capo alla Compagnia di Gesù, svolge l’attività didattica in un immobile affittato dall’ente Collegio Mondragone, che è sempre della Compagnia di Gesù, ma proprio in quanto affittato è tenuto a pagare l’Ici. Quanto? L’ultimo versamento è di 75.108 euro.Fortuna che al capitolo sanità, dopo aver elencato gli ospedali religiosi romani, la dettagliata inchiesta del quotidiano debba ammettere una verità abbastanza illuminante: negli ospedali religiosi si trova il 25% dei posti letto di Roma, però questi pesano solo per il 6,6% del bilancio sanitario regionale. Sarà mica che i cattolici, alla fine, con le loro opere fanno regolarmente risparmiare soldi allo Stato? Meglio non dirlo a voce alta.