Chiesa

Il presidente della Cei. Bassetti: il lavoro precario, moderna schiavitù

Giacomo Gambassi giovedì 11 gennaio 2018

A destra il cardinale Gualtiero Bassetti con l'arcivescovo Mario Delpini e l'ex sindacalista Savino Pezzotta (Fotogramma)

Racconta il «grido continuo» di coloro che bussano alla sua porta e che il cardinale Gualtiero Bassetti riceve in udienza giorno dopo giorno. «Mi sento supplicare: “Per favore, mi aiuti a cercare un posto di lavoro”. Il lavoro è sacro ed è l’autentica priorità per il nostro Paese. Se lo ripeto, è perché tutto ciò fa parte della missione della Chiesa e della mia missione di pastore», spiega l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei nella Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale a Milano. Ospite questa mattina della giornata di studio dedicata proprio al tema del lavoro e promossa dal Centro studi di spiritualità, il porporato invoca un «nuovo patto sociale» per far fronte al cancro della disoccupazione e parla di precariato, argomento già rimbalzato nella campagna elettorale. «Leggo in questi giorni sui giornali titoli più o meno simili: “Lavoro da record. Mai così tanti occupati”. Eppure, quando scorro i dati, scopro che i nuovi assunti sono in gran parte a termine e solo uno su dieci avrà un posto fisso». Da qui la denuncia – come scrive nella sua relazione – di «una delle più drammatiche questioni sociali della nostra società, del nostro Paese». Oggi, aggiunge Bassetti, «i precari sono i moderni schiavi delle società ricche. Sono costretti a vivere in uno stato di perenne alienazione, ai margini della società, perdendo la gioia di vivere e la speranza nel futuro. Occorre uscire da questa palude ingiusta e iniqua. È necessario riscrivere un nuovo patto sociale, un’alleanza generazionale che non faccia più cadere sulle spalle dei giovani i costi della crisi e dei mutamenti socioeconomici». Bassetti ricorda anche la piaga della «disoccupazione giovanile che supera il 30% con punte del 50% nel Mezzogiorno». E racconta un aneddoto personale. «Quando ero in visita in Sicilia, mi sono affacciato da una finestra del palazzo vescovile e ho visto una piazza piena di ragazzi al mattino. Ho chiesto al vescovo: “Ma c’è una festa?”. E lui con tono amareggiato ha risposto: “Sono tutti i nostri ragazzi che non riescono ad avere un lavoro e passano le giornate sui gradini”». Per questo, osserva il cardinale, la Chiesa deve essere «coscienza critica» del presente perché altrimenti «non serviamo alla causa del bene comune». E il messaggio che lancia da Milano è riassunto in uno slogan: «Lavorare meglio, lavorare tutti».

Bassetti non si cala nell'agone del dibattito politico sul futuro del Jobs Act. «Non entro nelle questioni specifiche», risponde ai giornalisti. E sottolinea che alla comunità ecclesiale «in questo momento sta a cuore affrontare i problemi concreti della gente». Del resto, prosegue, «vorremmo che la politica con la P maiuscola facesse sinergia in questo senso». Secondo il presidente della Cei, il rischio attuale è quello «di appiattirsi su slogan o su proposte generiche». E «impegnarsi per il bene comune» significa guardare al «bene di tutti, al di là di personalismi, di egoismi privati, di visioni settarie e di populismi», concentrarsi sul bene «della povera gente», come la casa, la scuola, il lavoro, l’assistenza, gli ospedali, senza dimenticare la grazia, «perché l’uomo ha una dimensione spirituale», evidenzia evocando una figura significativa per il fiorentino Bassetti: il sindaco “santo” di Firenze, Giorgio La Pira.

Altro tema caro al presidente della Cei è «il tempo della festa e del riposo». «Il lavoro è solo una parte della giornata di un uomo. Il resto deve essere dedicato al tempo libero, alla famiglia, ai figli, al volontariato, alla preghiera. Questo è un punto decisivo che va ulteriormente sviluppato», afferma il cardinale nel capoluogo lombardo. E propone l’ipotesi che «anche in Italia possa esistere un periodo di pausa per tutti i lavoratori: una sorta di tempo sabbatico in cui dedicarsi ad altre attività». Quindi il rischiamo. «Per un credente la domenica è il giorno del Signore, è la Pasqua che ci attende e ci dona speranza, ed è, infine, la celebrazione eucaristica che rende cristiana questa giornata. Ma accade che una parte del popolo cristiano non possa mai andare a Messa la domenica perché lavora tutto il giorno. Invece il riposo e la festa sono due momenti decisivi per la vita di ogni persona, anche se non credente. Perché permettono di creare relazioni umane al di là delle attività produttive. Perché in definitiva ci fanno vivere come persone libere, gioiose, che coltivano affetti e sentimenti in serenità, senza essere schiavi del lavoro, del successo, del denaro».

Nella conferenza il cardinale definisce – come aveva giù fatto in un’intervista ad Avvenire l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ «una nuova Rerum Novarum, un trattato di teologia morale da approfondire e meditare». Inoltre indica la sua «paura di un’enorme distanza oggi fra economia e finanza». Quindi si domanda: «Il lavoro produce denaro?». E la risposta: «No, è la finanza che produce soldi in questo nostro tempo e, quando il lavoro diventa un ostacolo, si ricorre senza problemi a licenziamenti di massa pur di favorire le operazioni finanziarie». Bassetti cita anche le parole di un sacerdote della sua arcidiocesi che era stato chiamato a una manifestazione di lavoratori a rischio licenziamenti: «Dal palco ha detto: “Il lavoro è pane; il pane è vita. Se si toglie il lavoro, si toglie la vita”. Faccio mio questo pensiero che considero una sintesi straordinaria del Vangelo».