Attualità

Roma. Voto segreto o palese, storia di un dilemma

GIANNI SANTAMARIA giovedì 11 febbraio 2016
Prassi nel Regno d’Italia, abolito dal fascismo, ripristinato - e però con il tempo limitato a casi particolari - nell’Italia repubblicana. È questa l’altalena conosciuta dal voto segreto nella storia d’Italia. Nato con lo Statuto Albertino per difendere i parlamentari dalla possibile ingerenza del Re e del governo e usato sempre per i voti finali sui provvedimenti di legge, lo strumento si è sempre più profilato come modalità per condurre con successo la battaglia parlamentare, permettendo di far emergere le contraddizioni eventualmente presenti su un determinato tema in seno alla maggioranza di governo. Poi, dal 1988, è stato di fatto generalizzato il voto palese. Il voto segreto era, infatti, divenuto prevalente con i regolamenti del 1971, anche per l’introduzione del voto elettronico. E, poi, a partire dagli anni Ottanta la principale arma dei 'franchi tiratori'. Motivo per cui i governanti di allora, espressione dei principali partner del 'pentapartito', soprattutto Bettino Craxi e Ciriaco de Mita, corsero ai ripari. Nel 1988 vennero riformati i regolamenti parlamentari. E da allora il voto segreto è sostanzialmente limitato a questioni che toccano la coscienza del singolo parlamentare e laddove siano in ballo diritti personali (ad esempio, la richiesta di arresto di un parlamentare). Sull’inedito caso della decadenza di Silvio Berlusconi da senatore la battaglia per avere il voto segreto fu aspra, ma vana. Altro caso particolare in cui si applica questa forma di voto è l’elezione del presidente della Repubblica. Circostanza che spesso ha fatto sbizzarrire la fantasia dei votanti, indicando i nomi più improbabili. Oppure ha affossato, grazie ai franchi tiratori, candidature in pista, ultime quelle di Romano Prodi e Franco Marini. Contro il voto segreto, per ragioni assai diverse, nel tempo si sono schierati in molti. Il fascismo lo eliminò formalmente nel 1938, ma di fatto il controllo sui parlamentari da parte del regime rendeva superflua la questione delle modalità di espressione del voto. Tornata la democrazia, contro il voto segreto si espresse, però, pure l’antifascista Benedetto Croce, che ne attribuiva l’esistenza alla partitocrazia e al sistema proporzionale. In sede di Assemblea costituente un politico e giurista del calibro di Aldo Moro non volle, presentando un emendamento soppressivo, che tale prassi venisse costituzionalizzata. Tutto venne per l’appunto rimandato al regolamento dei due rami del Parlamento. Della stessa opinione liberali e alcuni socialisti. Mentre comunisti, altri socialisti e azionisti volevano lo scrutinio segreto. Non a caso erano storiche forze di opposizione e antigovernative. Lo scrutinio segreto, infatti, ha reso travagliata la vita di parecchi esecutivi. Nel passato caduti grazie ad esso. Come nel 1876, quando l’ultimo governo della destra storica, quello di Marco Minghetti, fu pugnalato dal voto contrario sulla nazionalizzazione delle ferrovie. In tempi recenti, emblematico il caso del Prodi II, tartassato dalle bocciature dei suoi provvedimenti al riparo del segreto. Ma caduto nel 2008 grazie al voto palese.