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Politica. Voto ai 16enni, tanti i «sì». Legge elettorale, la Lega: maggioritario secco

Roberta d'Angelo martedì 1 ottobre 2019

La «generazione Greta» potrebbe passare presto dalla protesta alla proposta, con l’abbassamento dell’età per il diritto di voto a 16 anni. L’idea – già sposata da Luigi Di Maio – viene rilanciata dall’ex premier Pd Enrico Letta, e trova subito il consenso di Nicola Zingaretti e del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Anzi, per il predecessore di Renzi a Palazzo Chigi, anche Salvini dovrebbe concordare, visto che «tre anni fa» si sarebbe espresso a favore. Ma il leader della Lega ha sposato un’altra battaglia. E ieri Roberto Calderoli ha depositato in Cassazione le firme di 8 Consigli regionali per il referendum sulla legge elettorale. Il Carroccio chiede l’abolizione del proporzionale in nome di un maggioritario puro. Se per il quesito che introdurrebbe il 'Popolarellum' ci sono non pochi dubbi, molto più liscio secondo Letta sarebbe il percorso – pure di riforma costituzionale – per il voto ai sedicenni. «La riforma costituzionale si può fare in un anno». E, spiega, sarebbe un modo per dire a quei ragazzi «vi prendiamo sul serio e riconosciamo che esiste un problema di sottorappresentazione delle vostre idee, dei vostri interessi».

Conte sembra entusiasta all’idea: «Va benissimo», risponde. «Negli ordinamenti giuridici si fissa una soglia anagrafica per la maturità psicofisica. Credo che i nostri ragazzi a 16 anni abbiano la piena maturità psicofisica. È un tema più da sede parlamentare. Io fornisco un assist...», aggiunge il presidente del Consiglio. «Da sempre favorevole», il segretario del Pd Zingaretti apprezza su Twitter le parole di Letta. «La passione civile di tante ragazze e tanti ragazzi che incontro tutti i giorni rafforzano questa idea. Ora è tempo!». E «non ci sono più alibi», incalza Letta di fronte ai consensi.

Ma non è solo l’ex capo del governo ad esultare. Anche il vicepresidente del Senato leghista è soddisfatto: «Se tutto va bene, il 10 febbraio la Corte Costituzionale delibera e dà il via libera» al quesito referendario per la legge elettorale. Dopo il Porcellum, Calderoli battezza il Popolarellum, «visto che – dice – lo deciderà il popolo».

Il braccio destro di Salvini è certo che il quesito verrà ammesso perché «quella che viene fuori è una legge elettorale come qualunque altra che esce dal Parlamento» e «come tutte le altre ha la necessità della definizione dei collegi attraverso una delega al governo». Spiega: «Ho usato la stessa delega che è prevista nella legge 51 del 2019, ovvero quella leggina che rende applicabile la legge elettorale anche in caso di riduzione del numero dei parlamentari». Si prevede «l’abolizione della parte proporzionale del Rosatellum», per ottenere un maggioritario puro.

Ma non concorda il costituzionalista e deputato Pd Stefano Ceccanti: il «quesito referendario leghista è palesemente inammissibile perché non auto-applicativo, mancano i collegi uninominali in cui votare». E, «se si inserisce un maggioritario a turno unico in un sistema che è multipolare si rischiano tre serie conseguenze: che la frammentazione entri in modo forte nella spartizione dei collegi tra chi si coalizza, che non ci sia nessun vincitore» perché «si realizzerebbero vittorie a chiazze», o ci sarebbe «un super-vincitore anche con pochi voti».

C'è il nodo dei collegi

di Danilo Paolini

Il maggioritario secco è uno dei tabù elettorali italiani: tranne pochi "visionari" fautori della democrazia dell’alternanza, nessuno lo ha mai voluto. Adesso la Lega, forte dei sondaggi che la danno primo partito nazionale, dice di volerlo introdurre addirittura tramite referendum abrogativo. Cancellando, cioè, la parte proporzionale della legge in vigore (il cosiddetto Rosatellum) rimarrebbe in piedi un sistema maggioritario puro: chi prende più voti in un collegio, vince il seggio in palio al Senato o alla Camera. Ma proprio nei collegi sta il nodo per il quale numerosi costituzionalisti sono pronti a scommettere che la Consulta non ammetterà mai un referendum del genere. La parte di legge che rimarrebbe in vigore, infatti, non è autoapplicativa (requisito richiesto in questi casi, perché il Paese non può rimanere senza una legge elettorale che funzioni): i collegi dovrebbero essere ridisegnati in base al nuovo meccanismo. Per il senatore Roberto Calderoli, l’ideatore della mossa leghista, basterebbe una legge delega affinché provveda il governo. Vedremo che cosa ne pensano alla Corte Costituzionale.