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Bankitalia. Visco: «Affrontare debolezze per ripresa. Rischi disuguaglianze e Pil -13%»

Eugenio Fatigante venerdì 29 maggio 2020

Vincenzo Visco

Incertezza. Per una volta è significativamente questa la parola che più risuona all'assemblea della Banca d'Italia. Rischi e insidie sono tanti in «una crisi senza precedenti nella storia recente», ma la via da tracciare non può che essere una, secondo Ignazio Visco: «L'incertezza oggi è forte. Da più parti si dice "insieme ce la faremo". Lo diciamo anche noi - afferma il governatore - ma purché non sia detto solo con ottimismo retorico, bensì se assumeremo collettivamente un impegno concreto a scelte mature, consapevoli, guardando lontano. Ce la faremo partendo dai punti di forza di cui qualche volta ci scordiamo; affrontando finalmente le debolezze che qualche volta non vogliamo vedere. Molti hanno perso la vita. Nessuno deve perdere la speranza».

Mira dritto alla sostanza di questo periodo straordinario il forte messaggio di Visco in questa assemblea dell'istituto, eccezionale anche nelle modalità: per la prima volta a porte chiuse (solo qualche decina i presenti), con i giornalisti a casa collegati in streaming. Un messaggio che nelle "Considerazioni finali" il banchiere napoletano condisce con una citazione dell'economista John Maynard Keynes sulla ricetta da seguire: «La migliore garanzia di una conclusione rapida è un piano che consenta di resistere a lungo». Il banchiere centrale analizza le profonde ferite inferte dal coronavirus: sono «significative» le ripercussioni sul mercato del lavoro; nel primo trimestre il Pil in Italia ha registrato una flessione del 5% e nello scenario di base la caduta dell'intero anno sarebbe del 9%, con un recupero circa della metà nel 2021; ma «su ipotesi più negative, anche se non estreme, il prodotto potrebbe ridursi del 13% quest'anno e la ripresa nel 2021 sarebbe molto lenta». Soprattutto, rischiano di aumentare le disuguaglianze: nell'annessa relazione annuale si stima che il 20% di famiglie con le entrate più basse subirà per via della recessione una riduzione del reddito di 2 volte più ampia di quella che patirà il 20% di soggetti che se la passano meglio. Secondo la prima ricostruzione tarata sul primo trimestre, la disuguaglianza misurata dall'indice di Gini sarebbe cresciuta di 2 punti toccando il 37%, il valore massimo dal 2009.

L'Europa sta facendo comunque la sua parte: da Via Nazionale arriva una promozione al Fondo per la ripresa della Commissione Ue, ma con l'avvertenza in generale che «i fondi europei non sono gratuiti» perché il debito comune è comunque «debito di tutti» e, quindi, tali risorse vanno usate con «pragmatismo». E arriva, Visco, a chiedere «un nuovo rapporto, un dialogo costruttivo tra governo, imprese dell’economia reale e della finanza, istituzioni, società civile», anche senza «bisogno di chiamarlo un nuovo “contratto sociale"». Sull'Europa il governatore sottolinea che soprattutto «la Bce è intervenuta con immediatezza. In marzo e aprile la Banca d’Italia ha portato il ritmo di investimento in titoli di Stato italiani a oltre 10 miliardi al mese. A essi si sono aggiunti ulteriori interventi, di ammontare anche più alto, nel contesto del nuovo programma di acquisti». Anche «il governo italiano si è mosso secondo le medesime priorità: tra marzo e maggio, sono state varate misure che accrescono il disavanzo pubblico di quest’anno di circa 75 miliardi, il 4,5% del prodotto».

Chiamato in causa, il sistema bancario sta facendo la sua parte: dapprima con le moratorie su mutui e prestiti per poco meno di 250 miliardi, inoltre «l’ampia liquidità offerta dall’Eurosistema e le garanzie messe a disposizione dallo Stato stanno consentendo di soddisfare la domanda emergenziale di fondi da parte delle imprese. Nel bimestre marzo-aprile il credito alle società non finanziarie è aumentato di 22 miliardi, dopo che nei precedenti dieci mesi era diminuito di 9; la crescita è stata pari a quasi il 17% in ragione d’anno». Ma poi Bankitalia riconosce che nell'erogare i prestiti post-crisi «si riscontrano frizioni» dovute a una molteplicità di cause, tra le quali il fatto che - non avendo fissato il "decreto Liquidità" del governo Conte specifiche novità normative - «le banche che omettono la valutazione del merito di credito si espongono al rischio di commettere reati». Tuttavia, grazie agli interventi degli ultimi anni, le banche italiane si trovano ad affrontare la crisi «in una posizione di maggiore forza rispetto a quella in cui si trovavano prima della doppia recessione del 2008-2013». C'è però un'avvertenza: nel medio periodo, non potranno non esserci effetti sui bilanci bancari. «L’aumento dei crediti deteriorati andrà affrontato per tempo, facendo ricorso a tutti i possibili strumenti - argomenta il governatore -. Qualora dovesse rivelarsi necessario, si dovrà essere pronti a percorrere soluzioni che salvaguardino la stabilità del sistema»; un riferimento alla possibile ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato di istituti che dovessero finire in difficoltà.

Il calo degli investimenti è particolarmente accentuato, specie nelle imprese di minori dimensioni. In generale, «l’impatto della recessione e delle misure messe in campo - annota Visco - è forte sulle finanze pubbliche. Un lascito così pesante impone una presa di coscienza della dimensione delle sfide di fronte a noi. L’economia italiana deve trovare la forza di rompere le inerzie del passato e recuperare una capacità di crescere che si è da troppo tempo appannata. Nonostante le profonde ferite della crisi e le scorie non ancora assorbite di quelle precedenti, le opportunità in prospettiva non mancano; il Paese ha i mezzi per coglierle».

Per riportare la dinamica del prodotto intorno all’1,5% (il valore medio annuo registrato nei dieci anni precedenti la crisi finanziaria globale) «servirà un incremento medio della produttività del lavoro di poco meno dell'1% all’anno - è l'analisi del "numero uno" della Banca -. I ritardi rispetto alle economie più avanzate non possono essere colmati con un aumento della spesa pubblica se non se ne accresce l’efficacia e se non si interviene sulla struttura dell’economia», a partire dal ritardo accumulato nelle infrastrutture e nelle reti di telecomunicazione.

Poi ci sono le questioni di sempre: «Ciò che soprattutto ci differenzia dalle altre economie avanzate - prosegue Visco - è l’incidenza dell’economia sommersa e dell’evasione, che si traduce in una pressione fiscale effettiva troppo elevata per quanti rispettano pienamente le regole. Le ingiustizie e i profondi effetti distorsivi che ne derivano si riverberano sulla capacità di crescere e di innovare delle imprese; generano rendite a scapito dell’efficienza del sistema produttivo. Serve un profondo ripensamento della struttura della tassazione», con l'«obiettivo di favorire i fattori produttivi».

La sostenibilità del debito pubblico, in ogni caso, «non è in discussione, ma il suo elevato livello in rapporto al prodotto è alimentato dal basso potenziale di crescita del Paese e al tempo stesso ne frena l’aumento. Invece, con un tasso di crescita dell’economia compreso tra l'1 e il 2%, e con la riduzione del differenziale di rendimento dei titoli pubblici italiani rispetto a quelli tedeschi, un avanzo primario della misura indicata sarebbe sufficiente per ridurre il peso del debito sul prodotto di circa due punti percentuali in media all’anno. Crescita e politiche di bilancio si rafforzerebbero le une con le altre, in un circolo virtuoso».

Infine, il messaggio finale: «Nel prendere parte alla strategia europea che si va delineando l’Italia è chiamata a uno straordinario sforzo, tecnico e di progettazione, per sfruttare le opportunità offerte meglio di quanto non abbia fatto negli ultimi decenni con i programmi dell’Unione. Con il dissiparsi della pandemia - sono le parole di Visco - potremo ritrovarci in un mondo diverso. Se intuiamo, in modo impreciso, e contrastiamo, con forza, la gravità delle conseguenze sociali ed economiche nel breve periodo, per quelle a più lungo termine possiamo solo riconoscere di “sapere di non sapere”. È molto difficile prefigurare quali saranno i nuovi “equilibri” o la nuova “normalità” che si andranno determinando, posto che sia possibile parlare di equilibri e normalità. Per affrontare tanta incertezza è però cruciale, oggi ancora più di prima, che siano rapidamente colmati i ritardi e superati i vincoli già identificati da tempo. Oggi più di prima, perché una cosa è sicura: finita la pandemia avremo livelli di debito pubblico e privato molto più alti e un aumento delle disuguaglianze, non solo di natura economica. Solo consolidando le basi da cui ripartire sarà possibile superare con successo le sfide che dovremo affrontare».