Attualità

Francia. «Video sconveniente. No ai Down in tivù»

Daniele Zappalà venerdì 8 agosto 2014
I timori sui crescenti rischi di derive eugenetiche in Francia sono stati appena ravvivati da una clamorosa decisione della principale authority di sorveglianza del sistema audiovisivo. Il Consiglio superiore per l’audiovisivo (Csa) ha espresso un parere negativo – e vincolante – a proposito della decisione di alcune grandi reti televisive nazionali private di trasmettere il filmato “Dear future Mom”, dedicato al riconoscimento e alla valorizzazione dell’umanità dei bambini e delle persone affette dalla trisomia 21, la più comune anomalia cromosomica nell’uomo, molto più conosciuta come “sindrome di Down”. 
La Francia è il Paese in cui l’origine genetica della malattia è stata attestata per la prima volta e la decisione censoria del Csa ha sollevato anche per questo reazioni particolarmente forti, soprattutto da parte delle associazioni che si impegnano per la difesa delle persone Down, così come presso numerose famiglie che accolgono individui portatori della sindrome.  Il filmato, promosso da diverse associazioni internazionali, fra cui in particolare l’italiana Coordown, è stato realizzato per essere trasmesso lo scorso 21 marzo, in occasione della Giornata mondiale dedicata alle persone Down, ma grazie a internet e ai social network ha conosciuto e continua a conoscere un successo ben al di là di ogni attesa, con milioni di contatti sulla rete. Se quest’ultimo media internazionale non è di stretta competenza del Csa, l’authority si è invece espressa sulle televisioni che hanno accettato di diffondere il video, concepito come un messaggio d’incoraggiamento rivolto alle donne in attesa poste di fronte all’opzione dell’aborto terapeutico: la stessa soluzione che tutte le recenti decisioni del sistema sanitario francese paiono sempre più incoraggiare e favorire concretamente, nonostante il formale rispetto della libertà di scelta della donna. Questa situazione aveva del resto già spinto diverse personalità, come l’ex presidente del Consiglio consultivo nazionale d’etica, Didier Sicard, a denunciare apertamente sui media i rischi concreti nel Paese di pratiche eugenetiche striscianti, alimentate in generale dalla crescente diffusione delle diagnosi prenatali.  Per il Csa, spinto ad esprimersi a seguito di «denunce di telespettatori», il filmato, «benché diffuso a titolo gratuito, non può essere guardato come un messaggio d’interesse generale poiché, indirizzandosi a una futura madre, la sua finalità può apparire ambigua e non suscitare un’adesione spontanea e consensuale». L’authority aggiunge che è sconveniente «disturbare la coscienza delle donne che, nel rispetto della legge, hanno fatto scelte diverse di vita personale». Secondo diversi osservatori, di ambiguità si può parlare soprattutto per la decisione del Csa, la quale pare suggerire fra le righe che una sorta di principio di ricezione consensuale dovrebbe prevalere rispetto allo stesso pluralismo democratico del sistema audiovisivo.  La Fondazione Jérôme Lejeune, che porta il nome del celebre medico cattolico che scoprì l’origine genetica della trisomia 21, ha reagito prontamente con indignazione, poiché «il Csa ha scelto di limitare la libertà d’espressione, assumendo il rischio di attenuare la portata di un messaggio d’accoglienza rivolto ai bambini trisomici». A livello politico, è stata particolarmente viva soprattutto la reazione del deputato Jean-Frédéric Poisson, presidente del Partito democristiano, che ha inviato una lettera aperta ai vertici del Csa, accusandoli di non aver «rispettato la propria missione» intimamente connessa alla tutela del pluralismo e che comprende dunque, nel caso delle persone affette da trisomia 21, «il diritto di esistere pubblicamente, il diritto di essere viste, di essere rispettate, di essere aiutate, dunque pure il diritto di non essere censurate quando sono mostrate in televisione».  Il mondo intellettuale non è rimasto in silenzio, come mostra ad esempio la reazione del filosofo di confessione ortodossa Bertrand Vergely, per il quale «questo divieto, più che uno stato della nostra società, riflette una strategia da parte del potere attuale, che intende sottolineare la propria presenza ideologicamente, non potendolo fare economicamente e  socialmente».