Attualità

Denaro pubblico. «Derivati, il Comune di Milano fece troppi errori»

Davide Re martedì 3 giugno 2014
Il Comune di Milano quando sottoscrisse contratti derivati, sotto la guida di Gabriele Albertini prima e di Letizia Moratti poi, avrebbe scommesso "il denaro dei cittadini e contribuenti facendo loro assumere rischi dannosi e inutili". Insomma, le due amministrazioni di centrodestra, che hanno governato per 14 anni il capoluogo lombardo, non si sarebbero comportate, secondo i giudici, in modo corretto, non tenendo conto del bene comune per i cittadini. Lo scrive la Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza con cui ha assolto, ribaltando la sentenza di primo grado, Ubs, Deutsche Bank, Depfa Bank e Jp Morgan e 9 manager ed ex manager imputati per truffa. Le banche, infatti, secondo si sono attenute "alla prassi e alla legge" rispettando la loro natura, ovvero fare profitto. Secondo i giudici della quarta sezione penale della Corte d’Appello milanese, presieduta da Luigi Martino, non ci sarebbe stata da parte degli operatori finanziari alcuna "fraudolenta attività di bancari e banchieri". In primo grado invece gli istituti di credito e i loro dipendenti erano stati condannati dal Tribunale nel dicembre 2012 rispettivamente a un milione di multa ciascuno e a pene (sospese) che andavano dai sei agli otto mesi e 15 giorni di reclusione. Poi alcune settimane fa il ribaltamento, in Appello, della sentenza, con l’assoluzione dalla truffa "perché il fatto non sussiste". I giudici tra l’altro con il dispositivo hanno revocato anche la maxi-confisca di oltre 89 milioni di euro disposta in primo grado a carico delle banche. Per la Corte d'Appello, come si legge nelle motivazioni, in primo luogo "non sarebbe dovuto accadere che un Ente territoriale, e non un minuscolo Comune di periferica provincia bensì il cuore pulsante della Nazione, affiancato da uno studio legale di grande prestigio per la componente tecnico-giuridica giungesse al perfezionamento dell’operazione in strumenti finanziari (collegata all'emissione del bond) del giugno 2005 senza il supporto e l’ausilio di un advisor indipendente per la componente economico-finanziaria". Perché appunto, è la spiegazione dei giudici, non si possono “scommettere” i soldi dei cittadini su un prodotto come quello dei derivati, che si basa su una previsione (a volte azzardata) su titoli del mercato. Si auspica, invece, scrivono ancora i giudici, che "pubblici amministratori e pubblici funzionari" non si affidino, come è accaduto, "nella gestione della pecunia pubblica" alla "mano invisibile di Smithiana memoria" per poi "stupirsi se le banche perseguono il proprio oggetto sociale facendo profitti". Sono gli amministratori pubblici, infatti, secondo i giudici, e "non certo" le banche "a doversi confrontare con una complessiva verifica della convenienza economica della ristrutturazione dei debiti" dell’ente pubblico.