Attualità

Verso le elezioni. Girandola di insulti e colpi bassi, parte male la campagna

Roberta d'Angelo lunedì 25 luglio 2022

Enrico Letta (Pd) e Matteo Salvini (Lega)

Con l’aplomb che lo contraddistingue, Enrico Letta appare sorpreso di dover commentare in diretta (ospite domenica a "Mezz’ora in più") l’ultima esternazione di Matteo Salvini che lo chiama in causa così: «Mi faccio la barba, mi mangio la salsiccia e sudo... Non sono mica come quelli del Pd che non sudano mai. Pensandoci, non ho mai visto Letta sudato. Avrà una cultura superiore e infatti era professore a Parigi, speriamo che torni presto a fare il professore...». Il segretario del Pd resta basito qualche secondo, poi replica: «Salvini ha fatto un comizio e mi ha citato per due cose: ha detto che mi vuole rimandare a Parigi e che lui suda e io no. Non pensavo fossimo già a questi livelli della campagna elettorale».

E già, catapultati nella prima campagna elettorale balneare della storia del Paese, anche i toni sembrano risentire dell’afa record, mentre latitano i programmi, che di certo sotto l’ombrellone non avranno lo stesso appeal dei commenti un po’ grevi ascoltati al Papeete due anni fa.

Toni peraltro surriscaldati già da giorni, quando lo smottamento del governo Draghi iniziava a terremotare i partiti. Poco galante, Silvio Berlusconi salutava con un «riposino in pace» i «traditori» Renato Brunetta e Maria Stella Gelmini che piuttosto si sentivano traditi dal Cavaliere. E a governo appena caduto, sempre da Fi si faceva notare il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè che intavola un botta e risposta con Giovanni Toti: «Abbiamo perso il conto dei partiti che fonda». Replica il governatore: «Giorgio, cercati un collegio va, che per il contributo che hai dato ti abbiamo mantenuto abbastanza». Pronta la replica del sottosegretario: «Il guaio di Toti è che, poverino, vive da tempo nel livore. Sembra un Di Battista un po’ sovrappeso. Si prova solo molta pena, nulla di più».

Boccone ghiotto per il menzionato barricadero 5s, pronto a tornare in scena, dopo aver tessuto la sua tela dalla Russia: «Bello che per insultarsi usano il mio nome. Quanto mi piace stare sulle scatole (il termine che usa è meno elegante, ndr) a certa gente!». Alessandro Di Battista, invece, ha un altro obiettivo, lo stesso di Beppe Grillo, ovvero il ministro degli Esteri. Per il comico si è trasformato in «Giggino "'a cartelletta"». Ovvero Luigi Di Maio «ora è di là che aspetta il momento di archiviarsi in qualche ministero della Nato», insieme ad altre «decine di cartellette come lui».

E poi c’è il caso Brunetta, anche lui domenica da Lucia Annunziata. Ad aprirlo è l’ultima fiamma di Berlusconi, la giovane compagna Marta Fascina, più avvezza finora a comparire amorevole e silente al fianco del Cavaliere. Stavolta apostrofa il ministro che abbandona Fi con le parole di una nota canzone di De Andrè, "Il giudice", che fa riferimento ai nani, usando parole molto ruvide. L’intervista diventa uno sfogo per il ministro, che per la prima volta racconta il dramma di una vita fatta di insulti riferiti alla sua statura. A non sfuggire alla tentazione, a suo tempo, anche Massimo D’Alema, che lo apostrofò come «un energumeno tascabile». Il giorno dopo, per Brunetta fioccano gli attestati di solidarietà, tra i quali quelli del deputato dem Filippo Sensi, che aveva già reso nota in Parlamento la violenza subita quando era sovrappeso e veniva chiamato «ciccione».

Quanto alle intemerate delle partner di Berlusconi, c’è pure quella della ex Francesca Pascale, tornata sotto i riflettori per la recente unione civile con la cantante Paola Turci. «Se dovessero vincere i sovranisti – ha scritto sui social – bagagli pronti». Insomma, i fari si sono accesi solo da una settimana e i toni sono già fuori controllo. Con l’ultimo appello del presidente Sergio Mattarella caduto nel vuoto.