Attualità

Covid. Cento milioni di vaccini in scadenza, lo spreco senza fine dei Paesi ricchi

Viviana Daloiso mercoledì 22 settembre 2021

Fiale di vaccino contro il Covid

Giù, giù, all’ultimo scalino della classifica, sta il Congo. Ottanta milioni di abitanti, appena 130mila vaccinati (di cui 96mila con una dose soltanto). Lo 0,1% della popolazione. Pensare che in Israele oltre tre milioni di persone hanno già ricevuto la terza, di dose. Potere dei vaccini, si dirà: chi più ne ha, più ne usa. E invece no: l’ultima beffa dell’«apartheid vaccinale», come l’ha definito senza mezzi termini un editoriale pubblicato sul British medical Journal quest’estate, sono le dosi da buttare. Scadute o in scadenza, perché inutilizzate da chi le aveva accumulate nei propri magazzini in barba ai calcoli e al destino del resto del mondo.

La denuncia è arrivata nelle ultime ore dalla società di analisi e informazione scientifica britannica Airfinity: oltre 100 milioni di dosi di vaccino antiCovid acquistate dai Paesi ricchi del mondo saranno inutilizzabili a fine anno (il 40% delle quali si trovano nell’Unione europea). Basterebbero per vaccinare in un colpo solo tutto il Congo e invece potrebbero finire in spazzatura, a meno che i leader globali non decidano di donarle alle nazioni più povere: un passo che, insieme alle donazioni già effettuate e a quelle previste per i prossimi mesi, permetterebbe di proteggere dal coronavirus il 70 per cento della popolazione nei Paesi a medio e basso reddito.

Ma serve passare dalle parole ai fatti, un abisso che nemmeno le buone intenzioni del programma internazionale Covax riescono a colmare. Un po’ per la partenza della (imprevista e imprevedibile fino a un paio di mesi fa) campagna di richiamo, un po’ per la paura di una recrudescenza improvvisa dell’epidemia. Così i numeri del divario vaccinale restano spietati: secondo il contatore di Our World in Data solo il 2% delle persone residenti nei Paesi poveri ha ricevuto almeno una dose, circostanza che non solo condanna a morte migliaia di esseri umani ma aumenta esponenzialmente il rischio che emergano nuove varianti del virus, capaci di aggirare gli stessi vaccini.

Ad alzare la voce, nelle ultime ore, non è tornato solo il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che ha definito le disuguaglianze «un’oscenità». Secondo l’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Josep Borrell, «nessuno è al sicuro finché non lo sono tutti. Il 16 settembre, il 31% della popolazione mondiale era completamente vaccinato. Nell’Ue è stato così per il 61% della popolazione adulta».

Un divario e una «linea di faglia» che rischia di dividere ancora di più il mondo e di penalizzare tutti quanti. Githinji Gitahi, ai vertici di Amref (la più grande onlus sanitaria in Africa) e commissario per la lotta al Covid dell’Unione Africana, denuncia che «nonostante l’obiettivo di immunizzare il 20% delle popolazioni di tutto il mondo entro la fine del 2021, chi avrebbe dovuto fornire vaccini all’Africa non l’ha fatto. Mentre i vaccini dei Paesi ricchi scadono, la nostra gente muore».

E secondo l’ex primo ministro britannico Gordon Brown l’eventualità che decine di milioni di dosi di vaccino vengano gettate via perché scadute «rappresenta una delle più grandi vergogne dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, incapaci finora di garantire scorte adeguate anche alle nazioni a basso reddito». Anche perché il punto adesso non è più la carenza di vaccini: da inizio estate, sempre secondo il rapporto Airfinity, si producono circa 1,5 miliardi di dosi al mese (che arriveranno a 2 entro la fine dell’anno) ed entro dicembre dovrebbero esserci vaccini a sufficienza (12 miliardi di dosi) per tutta la popolazione mondiale di età superiore ai 12 anni.

L’accumulo, invece, continua: alla fine del 2021 Stati Uniti, Unione Europea, Canada e Regno Unito disporranno di un surplus di 1,2 miliardi di dosi, una stima che tiene conto persino dei vaccini necessari per somministrare la terza dose all’80% della popolazione over 12.

Proprio sulla terza dose ormai da settimane sta conducendo la sua battaglia – pressoché inascoltata – l’Organizzazione mondiale della sanità: secondo una revisione condotta da un gruppo internazionale di scienziati, fra cui anche esperti di Ginevra e dell’Agenzia del farmaco americana (Fda). non solo «gli studi attualmente disponibili non forniscono prove credibili di un sostanziale declino della protezione contro la malattia grave, che è l’obiettivo primario della vaccinazione», ma anche se alla fine la somministrazione di un booster potrebbe produrre un certo beneficio, «questo non supererà i vantaggi di fornire una protezione iniziale ai non vaccinati».

È il motivo per cui l’agenzia dell’Onu chiede una “moratoria globale” sulla terza dose, che potrebbe sì essere necessaria, ha spiegato il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, «per le popolazioni più a rischio, dove ci siano evidenze di una riduzione dell’immunità contro la possibilità di sviluppare Covid grave e morte», ma non per tutti. La proposta è semplice allora: fermarsi coi richiami fino alla fine del 2021 per consentire a ogni Paese di vaccinare almeno il 40% della propria popolazione.