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Uccisa in Pakistan. La morte senza colpevoli di Sana: l'Italia non dimentichi

Asmae Dachan sabato 16 febbraio 2019

Senza diritti nella vita, senza giustizia dopo essere stata assassinata da quelle stesse persone che per lei avrebbero dovuto essere fonte di sicurezza e amore. La vicenda della giovane Sana Cheema, uccisa dai familiari, che ora vengono tutti assolti, è come un pugno, è un colpo al cuore, di quelli che fanno davvero male.

Siamo di fronte a una violazione terribile dei diritti delle donne e, prima ancora, dei diritti umani. È come se Sana fosse stata uccisa due volte, col beneplacito di chi rappresenta la Legge. La sentenza è un segnale inequivocabile del clima di misoginia, patriarcato e violenza che oggi investe il Pakistan, un Paese dove essere donna è sempre più difficile. Assolvere per mancanza di prove significa insabbiare, perché la prova c’è ed è che Sana ha perso la vita, che non può più esprimersi, lottare per difendere le sue scelte e denunciare chi voleva imporle la sua volontà.

È un momento molto triste e preoccupante per chi ha a cuore i diritti umani, perché il messaggio che arriva è che uccidere una giovane donna che non accetta le imposizioni della famiglia in Pakistan non è reato. Anni di lotte per la tutela delle donne cancellati con l’ennesima sentenza che legittima gli abusi. Ciò che inquieta è che Sana è forse solo la punta di un iceberg e che la sua storia è emersa solo perché la ragazza è vissuta in Italia e aveva amici e contatti a Brescia. In mezzo a un clima che non è nemmeno di omertà, ma di connivenza, chissà quante ragazze che non hanno accettato matrimoni combinati, che si sono ribellate a tradizioni e costumi imposti come dogmi sono state uccise nel silenzio.

Non si può accettare tutto questo continuando a tirare in ballo motivazioni legate alla mentalità, alle tradizioni, o all’islam. In particolare quest’ultimo punto viene spesso usato come scusa per mascherare, se non addirittura giustificare certi crimini. Un malinteso senso dell’onore e un uso strumentale della religione è funzionale solo a una narrazione maschilista e criminale, che continua a sminuire la gravità e l’efferatezza di simili reati. Fino a quando l’islam o le tradizioni saranno asserviti all’abuso di potere, alla violenza di genere e alla discriminazione delle minoranze, vedi il caso di Asia Bibi, non si potrà svoltare veramente pagina e ogni intervento arriverà sempre troppo tardi. Ora non ci si può però limitare a esprimere dolore e indignazione. Anche in nome del suo passato italiano, Sana non va dimenticata e va chiesta per lei giustizia, a livello internazionale.

Bisogna dare un segnale forte e contrastare la mentalità per cui certi crimini restano impuniti. In Italia sono diversi i casi di cronaca che vedono protagoniste, spesso purtroppo nel ruolo di vittime, giovani donne migranti o figlie di migranti provenienti da Paesi dove la cultura patriarcale resiste e comanda. È necessario ascoltarle, creare ponti e legami con le loro famiglie, generare una nuova consapevolezza perché la mentalità delle persone si può cambiare solo dal basso, dall’interno. Sana aveva aperto il suo cuore all’Italia, aveva fatto suo il concetto di libertà e di scelta, aveva compiuto passi in avanti rispetto alla sua famiglia. Questo ci chiama tutti in causa, a partire da coloro che hanno il potere di influenzare la cultura di un popolo, come chi fa politica, chi si occupa di diritti e chi rappresenta le istituzioni religiose.