Attualità

Giornata. Stop alla «tratta» delle donne. Ma il Covid ha aggravato la situazione

Lucia Capuzzi martedì 8 febbraio 2022

La statua dedicata a santa Bakhita, simbolo della giornata di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone

Tante ragazze – le vediamo sulle strade – che non sono libere, sono schiave dei trafficanti, che le mandano a lavorare e, se non portano i soldi, le picchiano. Oggi succede nelle nostre città
Papa Francesco, 6 febbraio 2022

Le mani di Giuseppina Bakhita afferrano con forza la maniglia. Le braccia sono tese nel gesto di tirarlo verso di sé e di aprire il portellone da cui, uno dopo l’altro, balzano fuori donne e uomini. Con lo sguardo rivolto verso l’alto, guardano il cielo. Finalmente liberi.

Let the oppressed go free, “Lasciate che gli oppressi siano liberi” è il nome scelto dall’artista Timothy Schmaltz per la statua di bronzo da lui realizzata per la Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta, coordinato da Talitha Kum e promosso dalle Unioni internazionali delle superiore e dei superiori generali, che oggi si celebra in tutto il mondo. L’ottava dal 2015, quando papa Francesco volle istituirla nella memoria liturgica di santa Giuseppina Bakhita, l’ex baby-schiava sudanese che divenne religiosa canossiana e nel Vangelo scoprì la vera libertà. La schiavitù è ovunque illegale.

Eppure nel mondo ci sono tuttora almeno, secondo le stime, al ribasso, delle Nazioni Unite, 40 milioni di esseri umani in catene. Il business da 32 miliardi di dollari l’anno rappresenta la terza attività illegale più redditizia, dopo il traffico di droga e di armi. E, con il Covid, la sua entità è cresciuta esponenzialmente.

«Una ferita profonda, inferta dalla ricerca vergognosa di interessi economici senza alcun rispetto per la persona umana», ha detto il Pontefice, domenica, al termine dell’Angelus. Il 72 per cento delle vittime sono donne e bambine. Per questo, stavolta, la Giornata si concentra specialmente sul volto femminile della tratta. “La forza della cura. Donne, economia, tratta di persone” è il tema scelto con il proposito di focalizzare l’attenzione sulle sofferenze delle donne ma anche sul loro protagonismo nel riscatto proprio e altrui.

«Cura vuol dire preoccuparsi per il mondo – spiega Marcella Corsi, economista dell’Università di Manchester e della Sapienza di Roma –. Come dice la teologa svizzera Ina Praetorius, “l’economia è cura”, l’opposto del modello neoliberista dominante che mette il profitto al di sopra di tutto. E, in questo modo, genera le condizioni per lo sfruttamento». O, per parafrasare Giulio Guarini, economista dell’Università della Tuscia, il «divorzio della libertà economica dalle libertà civili, sociali e politiche fabbrica catene».

L’accademico, collaboratore di Talitha Kum, ne individua almeno quattro. C’è la «catena dell’individualismo sfrenato», basato sulla competizione e sul disprezzo di chi resta indietro poiché “se lo è meritato”. E quella del «sottocosto».

«Da una parte, il sistema produttivo è sempre più governato da una finanza globalizzata e speculativa che esige guadagni immediati e detta alle imprese strategie di breve termine orientate a una competizione verso il basso, incentrate sulla riduzione del costo del lavoro e sempre meno sugli investimenti nella qualità e nella valorizzazione del capitale umano. Dall’altra, i consumatori di fronte alla riduzione del potere d’acquisto reagiscono andando alla ricerca del minor costo che quasi mani corrisponde al prezzo giusto», sottolinea Guarini.

A questa «alleanza di irresponsabilità» si aggancia la «catena della precarietà», quando la flessibilità diviene lo strumento per ridurre il potere contrattuale dei lavoratori e liberare il capitale finanziario dai vincoli sociali e ambientali. Vi è, infine, la catena dell’austerità: i tagli indiscriminati alla spesa pubblica diventano pesi insostenibili sulle spalle dei settori più fragili, specie in tempo di Covid. E, in particolare, delle donne, che hanno visto le faticose conquiste degli ultimi decenni messe gravemente a rischio dalla pandemia.
Denise Lobato, economista della Universidade federal di Rio de Janeiro, ha calcolato che in Brasile il 57 per cento dei disoccupati è di genere femminile e il profilo di chi ha perso l’impiego a causa della crisi innescata dal Covid è quello di una giovane nera tra i 14 e i 32 anni. Molte di loro hanno dovuto dare le dimissioni durante l’emergenza sanitaria per badare ai bambini e assistere i familiari malati.

Le donne, però, non sono sono vittime. Sono anche – e forse soprattutto – agenti di trasformazione per innescare un cambiamento di paradigma. Per trasformare l’economia che uccide in economia samaritana, della cura. Oggi, la forza fragile, solo in apparenza, femminile sarà protagonista della maratona di preghiera che, dalle 9 alle 17, riunirà virtualmente testimoni di oltre trenta Paesi, dal Bangladesh a El Salvador, dal Ghana alla Nuova Zelanda.

Tra loro sopravvissute, attiviste, volontarie, ricercatrici, imprenditrici. E, ovviamente, le tremila religiose di Talitha Kum che accompagnano milioni di donne nel lungo cammino verso la libertà. Perché, come diceva il grande liberale ottocentesco John Stuar Mill, non può essere lasciata la libertà a un essere umano di rendersi schiavo né può essere lasciata la libertà ad alcuni di considerare altri uomini e donne come schiavi.