Attualità

IL GIOCO CHE AMMALA. Toglie le slot dal bar e rischia ritorsioni

Maria Chiara Gamba sabato 24 novembre 2012
​Non cerca la notorietà. Aspetta solo che i riflettori si spengano sulla sua vicenda perché non si sente un’eroina. Ma sa che sarà difficile e che la sua scelta avrà delle conseguenze, anche economiche. Monica Pavesi, titolare del Giò Bar Tabaccheria di Cremona ha scelto con decisione, nei giorni scorsi, di spegnere le slot machine del suo locale perché le riteneva «una scelta incoerente rispetto al resto della mia vita». L’amministrazione comunale le ha fatto pervenire una lettera di compiacimento e presto la chiamerà in Comune per un riconoscimento perché «vorremmo - spiega il sindaco Oreste Perri - che fosse un esempio per arginare la piaga creata da questo tipo di giochi».Ma la barista resta dietro il suo bancone, felice di servire caffè senza l’ossessivo rumore secco dei pulsanti e il risucchio metallico delle monete tipici delle macchinette. Non parla della solidarietà arrivata dalla politica, non vuole sbandierare le motivazioni del suo gesto anche se è evidente dalle sue parole quanto male possa fare il gioco d’azzardo. Si capisce, dal suo modo di fare schietto, che non ne può più di vedere persone che si sono rovinate giocando: quante schiene immobili, piegate su quegli schermi ha visto negli anni; quanti vassoi deve aver riempito di spiccioli. Finché «un mattino mi sono svegliata e ho detto: Basta! Voglio vivere bene con la mia coscienza. Se uno crede in certi valori non ci sono denari che tengano». E non ci sono nemmeno giudizi o pregiudizi che valga la pena ascoltare. Perché di baristi che hanno abbozzato un sorrisetto ironico appena saputo del suo gesto ce ne sono stati parecchi. E il commento diffuso e scontato aiuta a capire che è più facile fare spazio alle macchinette che liberarsene: «Tanto di slot ce ne sono anche altrove; si tratta di un gioco legalizzato e poi gli introiti servono...».A tutti loro Pavesi risponde con franchezza: «Non biasimo chi ammette nel suo bar le slot e non giudico chi gioca. Solo mi spiace che molti colleghi non comprendano la forza e il peso delle ragioni non economiche». La coerenza morale è per lei il solo valore che potrà restituire dignità al suo lavoro: «Non ho scelto di installare le slot a cuor leggero. Qualche anno fa le ho accese per recuperare una perdita economica ma ora basta, voglio svolgere la mia attività, quella che ho scelto tanti anni fa, con serenità». I problemi economici ci sono ancora e per di più la titolare non sa come reagirà Snai, il gestore cui è legata con un contratto fino al 2015. Ma non se ne cura più di tanto. «Ho le mie idee», dice. E a quei valori si aggrappa anche di fronte alla morosità nei confronti di chi le ha fornito le slot e ora vuole bloccagli la linea del Totocalcio. Li usa come scudo per tener lontana anche l’improbabile tentazione di cedere a un guadagno certo di circa 1.000, 1.500 euro ogni due settimane. «Se dovrò affrontare problemi, spero che i miei figli capiscano benché la società di oggi non li aiuti», aggiunge. Solo a Cremona si contano oltre 10mila giocatori a rischio, a fronte di circa mille macchinette installate in città. A carico dell’Asl c’è la cura di un centinaio di giocatori compulsivi e per questo l’amministrazione ha inviato una lettera al presidente del Consiglio. «Chiediamo più regole in questo settore - chiarisce il sindaco - e maggiore autonomia ai comuni per tentare di inibire l’uso delle slot».