Attualità

La decisione. Il 5 per mille che va alla deriva

Luca Liverani mercoledì 8 gennaio 2014
C’è una parola, nelle discussioni sul 5 per mille, che torna puntualmente: «Stabilizzazione». Nel giorno in cui il leader del Pd Matteo Renzi, ospite di La7, chiede «la riforma» della norma sul finanziamento al terzo settore indicato dai cittadini, da un lato all’altro del Parlamento chi conosce la materia condivide la diagnosi sulla causa di gran parte dei difetti che affliggono la disciplina. «Un quadro normativo confuso e inadeguato», è la stroncatura della Corte dei conti. Sembra incredibile, ma non c’è una legge per un settore tanto importante e delicato. Così, di anno in anno, è un emendamento alla legge di bilancio a dover dettare le regole. Con tutti i limiti della provvisorietà.Non ha dubbi Edoardo Patriarca (Pd): «La Corte – dice il deputato – ha confermato autorevolmente analisi condivise nel terzo settore». Una galassia che conosce molto bene: già portavoce del Forum, è stato consigliere dell’Agenzia per il terzo settore. Norme confuse? «Certo, dal 2006 sono continue le modifiche ai regolamenti attuativi introdotti con le leggi di bilancio. Il 5 per mille va stabilizzato una volta per tutte». Sul tetto imposto a 400 milioni ricorda che «è illegittimo anche per la Corte costituzionale». E tutto il meccanismo fatica a girare «perché ogni ministero ha regole sue: le organizzazioni sono iscritte ad albi diversi a seconda della loro missione. Un ministero chiede l’iscrizione ogni anno, altri una tantum».Patriarca condivide i dubbi sugli "enti pigliatutto": «Sì, ci sono associazioni di ricerca che con pochi contribuenti abbienti ottengono percentuali ragguardevoli. Sono una quarantina, e riescono ad attirare il 90% delle risorse, il resto va a 27mila realtà, con importi non oltre i mille euro. A scapito di realtà che sul territorio gestiscono opere preziose, come case famiglia». Ma attenzione agli eccessi di statalismo: «Servirebbero regole chiare per tutti, ma troppe regole ridurrebbero la libertà di scelta. Servirebbe semmai un fondo di perequazione per le associazioni più piccole». Sul conflitto di interessi tra patronati e associazioni, il deputato del Pd non crede ad abusi: «Piuttosto vorrei che si rendicontassero le spese per la promozione pubblicitaria: ci sono enti che investono cifre enormi del loro budget a scapito della loro reale attività».A sottoscrivere l’analisi della Corte dei conti è anche Gabriele Toccafondi (Ncd), sottosegretario all’Istruzione, che nella scorsa legislatura ha collaborato all’intergruppo parlamentare per la stabilizzazione del 5 per mille. «L’analisi è molto netta, anche se non serviva certo la Corte dei conti per capire che un istituto così utile e tanto apprezzato dagli italiani ha bisogno di essere stabilizzato». La certezza della norma dunque «è l’obiettivo più importante, speriamo che questo sia l’anno buono – dice – perché è l’unico vero strumento di sussidiarietà che funziona. Difendiamolo regolamentandolo, e creiamone altri». Per l’esponente del Ncd però «non si devono prendere solo alcuni rilievi della Corte: io condivido ad esempio la preoccupazione che i patronati possano influenzare le scelte dei contribuenti». Sull’intraprendenza di alcune grandi realtà associative, però, il sottosegretario sottolinea che «questo è uno strumento di sussidiarietà democratica, di cui va rispettata l’intrinseca libertà di scelta». Gravi i ritardi nell’erogazione, soprattutto perché riguardano ong non profit e di volontariato, «anche di 18 o 24 mesi».Toccafondi è perplesso sulla "concorrenza" al Terzo settore fatta dai Comuni, anche loro possibili beneficiari della scelta: «Non la comprendo, ma non la cancellerei: è una scelta che gli italiani premiano molto poco, fa parte della libertà che i cittadini sanno usare molto bene».Sì alla stabilizzazione, no al tetto di spesa sono i binari del ragionamento di Andrea Olivero (Pi) deputato ex Sc, ora "Per l’Italia", anche lui in passato portavoce del Forum del terzo settore: «La causa a cascata di tutti i problemi è la mancata stabilizzazione. Con una legge andrebbe tutto molto meglio». Poi c’è il limite imposto alla libertà di scelta dei cittadini: «Il tetto dei 400 milioni è un imbroglio ai cittadini, una violazione della stessa natura dello strumento, che in concreto così è diventato un 3,5 per mille». Cauto sulle critiche ai grandi enti: «Ci sono due regole da rispettare: l’assoluta trasparenza e un limite agli investimenti in pubblicità. Per il resto la Corte deve fare attenzione a non chiedere riduzioni alla libertà assoluta di scelta dei cittadini». Olivero invita anche ad «avere fiducia nei cittadini: ci siamo stracciati le vesti per l’inclusione di enti dalle dubbie finalità sociali, quando alla resa dei conti non hanno preso altro che briciole. La sussidiarietà passa attraverso la responsabilizzazione dei cittadini».