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Migranti. «In Africa sognavo la scuola italiana». Grazie alla prof, ora insegna

Luca Geronico mercoledì 2 dicembre 2020

Jean Christophe con la sua tesi di laurea, nella casa dove è stato accolto

«Bérenger si è rifiutato di diventare un rinoceronte. I rhinoceros, secondo Ionesco, sono coloro a cui non è data la possibilità di pensare mentre Bérenger si è ribellato al totalitarismo» ti spiega Jean Christophe impugnando la sua tesi di laurea in Lingue e letterature moderne. I suoi quasi due metri e la pelle di ebano, ti parlano della Costa d’Avorio lasciata nel novembre del 2010 appena prima di diventare maggiorenne. La laurea discussa a distanza il 12 ottobre scorso all’Università statale di Milano? «Una scommessa vinta» risponde pacato. E per farlo, come Bérenger, Jean si è ribellato allo stereotipo dell’immigrato giunto su un barcone per «fare fortuna», oppure – guardando dall’altra sponda del Mediterraneo – «rubare il lavoro» agli italiani. O anche, come dice lui, per fare «l’albero da soldi» per tutto il clan da mantenere grazie alle rimesse risparmiate a fatica e spedite in patria ogni mese. Ma in fondo perseguendo la stessa logica: spremere profitto. Come dei rinoceronti.

«Vengo da una famiglia modesta, di cui mia madre è il pilastro: si può essere poveri ma non si deve mai scordare la dignità». E la decisione di emigrare per realizzare un ben preciso desiderio: «Volevo studiare. Così, appena prima di raggiungere la maggiore età – Jean è nato a Bouaké nel 1991 – sono venuto in Italia». Ricongiungimento familiare, con il padre immigrato da tempo e lavoratore precario. Era il 25 novembre del 2010 quando atterrò in Italia. «Due giorni dopo ero a scuola». La convinzione, per un ragazzo giunto all’ultimo anno di superiori in stanzoni con 60 studenti per classe e insegnanti poco disponibili, era che «in Europa ci fossero dei veri professionisti, una alta competenza anche nell’insegnare».

Audacia giovanile, al limite dell’incoscienza, ma anche una scuola pubblica, e una società capaci di trovare spazio e dare ali ai sogni di un ragazzo africano. «Quando a dicembre gli chiesi se avesse bisogno di qualcosa intendevo un vestito più pesante o un paio di scarpe. Mi rispose: vorrei avere le opere di Dante e Boccaccio» ricorda Stefania Radaelli, allora sua insegnante al Liceo linguistico Vanoni di Vimercate. «Colpiva in quel ragazzo il suo affidarsi in modo quasi totale alla scuola come luogo in cui crescere». E questo nonostante, due mesi prima di iniziare a leggere i classici, non sapesse nemmeno una parola di italiano e il preside avesse ritenuto di farlo ricominciare dal terzo anno. Una determinazione assoluta e una accoglienza generosa. «Il primo giorno due compagne mi si sono sedute una a destra e una sinistra e hanno iniziato ad aiutarmi. E poi i professori avevano una attenzione particolare: mi veicolavano il sapere. Se fossero stati razzisti, non lo avrebbero fatto».

Dare spazio al talento di un ragazzo africano, e aprirgli la porta di casa. Il padre di Jean, sempre senza un lavoro fisso, decise di andare in Francia da dei parenti. Jean, durante le vacanze estive, telefonò alla professoressa Radaelli per quello che doveva essere un saluto di commiato. «Ero a Roma e in famiglia avevamo appena avuto un lutto. Quando giunse la telefonata di Jean gli dissi di aspettare a partire. Avremmo trovato una soluzione». Da allora Jean vive, come un membro della famiglia, nella vecchia casa ristrutturata della sua ex professoressa alla Corte del forno, ad Omate, frazione di Agrate Brianza. Una accoglienza che è «una 'scorciatoia' educativa per le mie due ragazze» molto più giovani: il disegno fatto all’asilo da una delle due figlie della professoressa è ancora appeso al frigorifero, con Jean assieme ai genitori e all’altra sorella.

Il diploma, forse il traguardo più difficile da raggiungere. E poi la scelta di continuare gli studi dopo aver raggiunto l’indipendenza economica con un lavoro in una mensa del Politecnico. Mai incontrati pregiudizi o discriminazione? «Io alzo l’asticella con chi crede che io non abbia le competenze. È l’arte di vincere, senza fare la guerra...». E di salto in salto la discussione della tesi: una emozione per Jean collegato in videochiamata con l’università da casa, e con la madre in Costa d’Avorio capace solo di ripetere commossa: «Thank you, thank you».

Una profonda gratitudine che Jean non può che condividere. «Ho avuto una grande fortuna – afferma sorridendo – ma ho voluto in tutti i modi sfruttarla». Un viaggio di 10 anni, sostenuto dalla fede cristiana, per non diventare un «albero da soldi», ora ha raggiunto una nuova meta insperata: da pochi giorni Jean Christophe è salito in cattedra come insegnante di francese in una scuola media di Ronco Briantino. Un viaggio per raccontare che gli uomini, a differenza dei rinoceronti, possono essere «fratelli tutti».