Attualità

Riforme. Stretta su Jobs Act e Stabilità

Roberta d’Angelo mercoledì 19 novembre 2014
Una settimana lontano dalle polemiche tra Ncd e la sinistra del suo Pd, e Matteo Renzi rientra a Palazzo Chigi proprio mentre nel Palazzo accanto si va avanti spediti con le sue riforme. Va in porto – ormai è certo, anche se deve superare i passaggi in aula – l’abolizione dell’articolo 18 nella versione strenuamente difesa dai sindacati. Resta solo un indennizzo crescente in base all’anzianità di servizio per i lavoratori licenziati per motivi economici, per i quali non ci sarà più il reintegro. Un punto di mediazione che riporta la calma nella maggioranza, anche se con i tempi stretti e l’ostruzionismo promesso dalle opposizioni (che ieri hanno abbandonato la seduta), sarà quasi certamente necessario il voto di fiducia. E mentre in commissione Lavoro alla Camera si volta pagina rispetto allo Statuto del 1970, qualche metro più in là, la Bilancio comincia a disegnare la legge di stabilità, nella quale si fatica ancora a reperire i fondi per gli ammortizzatori extra che dovrebbero coprire i disagi per i licenziamenti più facili. Ma anche qui, le grane del premier non finiscono mai. Le minoranze dem si riunificano e presentano "solo" otto emendamenti a un testo che il segretario avrebbe voluto far camminare senza interruzioni. Così la polemica non fa che trasferirsi da un locale all’altro di Montecitorio, con una tensione che stenta ad affievolirsi.Sul Jobs Act, infatti, anche la fiducia appare ormai scontata, ma – per dirla con il capogruppo del Pd Roberto Speranza – «dipende da quanti emendamenti presenterà l’opposizione, ma non sarà sul testo del Senato». Speranza, come Damiano, sembrano soddisfatti della mediazione offerta da Renzi. «Siamo partiti dall’idea di mantenere la tutela per i soli licenziamenti discriminatori, come sostenevano taluni esponenti del governo, e siamo arrivati ad includere anche i licenziamenti disciplinari. Non era scontato», per il presidente della commissione Lavoro. Un compromesso che pare accontentare anche Quagliariello e Sacconi, per giorni sulle barricate, di fronte all’ipotesi di uno stravolgimento del testo uscito dal Senato. Restano strascichi di rivendicazioni di vittoria tra le due parti, fino a ieri inconciliabili. E resta l’insoddisfazione di una parte della sinistra più critica, come Civati, che fa da sponda a Sacconi, certo di aver portato a casa il risultato. «Maurizio Sacconi era partito dicendo che o era il testo del Senato o non avrebbe accettato: direi che è abbastanza evidente l’esito», taglia corto il presidente del Pd Matteo Orfini.Ma resta anche il fatto che si tratta di un compromesso accettato sulla promessa del governo di inserire nella manovra i nuovi ammortizzatori, delle cui coperture non si sa ancora la provenienza. «C’è un punto di discussione che deve definire il governo. La quantità ovviamente non è definita, ma l’orientamento ad implementare le risorse c’è», assicura il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. E però la polemica non si chiude così facilmente. La sinistra del Pd, finora andata avanti in ordine sparso con le sue diverse correnti, si mette insieme per presentare i suoi 8 emendamenti alla legge di Stabilità, mandando su tutte le furie l’esecutivo. «Questo è il nostro governo, non stiamo all’opposizione. Siamo un pezzo della maggioranza che sta dentro il Pd e cerca di mettere in campo delle proposte che rendano più redistributiva ed espansiva la manovra economica ma rimanendo nel perimetro stabilito dal governo», è la versione con cui Gianni Cuperlo presenta la posizione di una minoranza dai numeri consistenti in Parlamento.A Montecitorio sono una trentina i firmatari delle proposte di modifica, ma al Senato potrebbero essere molti di più. «Non abbiamo presentato 300 emendamenti ma solo 8», insiste Cuperlo. Non meno insistente Civati, che ha appena accusato il "colpo" dell’articolo 18: «Sulla legge di stabilità è questione di chiedere rispetto per le nostre proposte».Ma la febbre è già in salita. Per i renziani sbotta Ernesto Carbone: «Altro che metodo democratico, altro che discussione e confronto interno. A parole si dice di volere il bene della casa comune, nei fatti ci si comporta come se non se ne facesse parte».