Attualità

IL TRAVAGLIO NEL PDL. Strappo dei ministri: non torniamo indietro

Vincenzo R. Spagnolo martedì 1 ottobre 2013
«Stavolta non torniamo indietro...». Sono le tre di pomeriggio e a Palazzo Grazioli è riunito lo stato maggiore del Pdl. Di fronte a Silvio Berlusconi, i cinque ministri dimissionari, Angelino Alfano, Gaetano Quagliariello, Beatrice Lorenzin, Nunzia De Girolamo e Maurizio Lupi, cercano di spiegare al leader del partito le ragioni del dissenso esternato domenica: in questi giorni, gli dicono le "colombe" del partito, sono andate in scena una serie di follie a ripetizione, incomprensibili al nostro elettorato, dannose per l’Italia, per il centrodestra e anche per la tua figura. Se questo è lo specchio della nascente Forza Italia, non possiamo starci... La loro sofferenza è anche per il metodo usato, spiccio e autoritario: «È stata una decisione non condivisa, non discussa dal partito. Ascoltaci, ritira le dimissioni dei parlamentari...».Il clima è rovente anche per via dello scontro a distanza avvenuto in mattinata fra i cinque e il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, che aveva dedicato loro un editoriale di fuoco: «Non abbiamo paura, se pensa di intimidire noi e il libero confronto dentro il nostro movimento politico, si sbaglia di grosso – è stata la loro nota –. Se intende impaurirci con il paragone a Gianfranco Fini, sappia che non avrà case a Montecarlo su cui costruire campagne. Se il metodo Boffo ha forse funzionato con qualcuno, non funzionerà con noi». «Sono allibito, ma anche io non ho paura», è stata la replica del giornalista.Alla riunione a Palazzo Grazioli partecipano anche i capigruppo a Camera e Senato, Renato Brunetta e Renato Schifani, Sandro Bondi, Denis Verdini, Altero Matteoli e Gianni Letta. Dopo il lungo "chiarimento", i primi a lasciare il vertice sono Lupi, Quagliariello e Lorenzin, non senza essersi confrontati rapidamente, nel cortile del palazzo. Poi scendono Alfano, De Girolamo, Schifani e Matteoli: pure loro discutono animatamente, prima di salire sulle rispettive vetture.Poi Alfano si sposta a Palazzo Chigi. Fra le 16 e le 17 lo raggiungono nel suo ufficio gli altri ministri, ai quali si aggrega il presidente della commissione Esteri della Camera, Fabrizio Cicchitto: nuovo summit, stavolta ristrettissimo, fra coloro che qualche cronista ha soprannominato "gli scontenti" del Pdl. Quindi tutti si spostano a Montecitorio, dove sta per iniziare l’attesa riunione dei gruppi parlamentari del partito, convocata a Montecitorio. Mancano venti minuti alle 18, quando arriva il Cavaliere, che parla per quasi un’ora, dichiarando conclusa l’esperienza del governo delle "larghe intese" e provando a far rientrare anche le frange del dissenso: «I panni sporchi si lavano in famiglia. Dobbiamo restare tutti uniti...», ripete. Il suo sguardo si sposta sui volti dei presenti, soffermandosi ogni tanto sui cinque ministri dimissionari: «Grazie per le vostre dimissioni – dice a tutti il Cavaliere –. I ministri me le avevano affidate due giorni prima. Poi ho deciso da solo: non aveva senso restare al governo». Ma li bacchetta: «Le loro giuste preoccupazioni le hanno fatte pubblicamente, anziché risolvere internamente...». Angelino Alfano gli è seduto accanto e partecipa all’applauso finale. Ma, nonostante l’apparente plebiscito, diverse facce rimangono perplesse. A riunione conclusa, a dare voce allo sconcerto, è Cicchitto: «Ho chiesto un supplemento di dibattito, ma mi è stato cortesemente detto di no da Schifani e Brunetta». Poi spiega: «Nel Pdl non c’è smottamento, ma la situazione rimane non chiarita. Dobbiamo decidere: o il congelamento delle dimissioni dei ministri o le manteniamo, ma votiamo la fiducia a Letta per procedere con i decreti. Serve un altro approfondimento». Delusione anche in chi, come Quagliariello, ha continuato a ripetere al leader: ascolta prima il discorso di Letta su riforme, giustizia, economia. Ma il Cavaliere, pur accogliendo la richiesta di «congelare» le dimissioni, ha sbattuto la porta in faccia al governo. Così la delusione del ministro alle Riforme cresce, ma la decisione resta la stessa, marcando una distanza dall’atteggiamento di Berlusconi: ascolterà il discorso del premier alle Camere poi deciderà se accordargli o no la fiducia.In serata, Alfano vede di nuovo i ministri e poi va dritto a Palazzo Grazioli, per l’ennesimo faccia a faccia col "capo". Dopo una giornata lunghissima, i dubbi delle colombe restano, angosciosi: cosa fare? Un appoggio "esterno" al governo? Ma se noi sosteniamo Letta per senso di responsabilità, dovremo uscire dal partito. E se al contrario, obbediamo e poi nella nuova Forza Italia a contare saranno i falchi, potremmo essere ridimensionati. Una decisione da prendere, in ogni caso, nelle prossime ore.