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Dopo le dimissioni di Guidi. Storie di ministri nella bufera: chi tiene duro e chi passa la mano

Vincenzo R. Spagnolo venerdì 1 aprile 2016

«In Italia le dimissioni si chiedono, non si danno», recita uno degli aforismi più arguti di Roberto Gervaso. Non sempre infatti, alle nostre latitudini, l’imbarazzo politico innescato da vicende giudiziarie ha determinato il fatidico 'passo indietro' di politici di primo piano. Senza rispolverare le obliate vicende della prima Repubblica, in cui le dimissioni erano più conseguenza di atti politici (i 5 ministri Dc che lasciarono nel 1990 contro il decreto-frequenze) che di scandali personali, per restare agli ultimi tre governi Monti, Letta e Renzi, l’addio di un ministro è stato spesso invocato (in genere dalle opposizioni, qualche volta anche da 'colleghi' di maggioranza, vedi l’atteggiamento intransigente di Renzi rispetto ai casi Alfano e Cancellieri), dibattuto in Parlamento, con mozioni di sfiducia e orazioni vibranti del ministro in questione, ma non sempre effettuato.   Non è il caso del ministro Federica Guidi, dimessasi poche ore dopo la divulgazione dell’intercettazione dell’imbarazzante telefonata col suo compagno. È il secondo tempestivo beau geste, nell’ultimo anno, che riguarda un ministro del governo Renzi, dopo quello compiuto nel marzo 2015 dal titolare delle Infrastrutture,  Maurizio Lupi. In quel caso, l’imbarazzo era dovuto al fatto che il nome di Lupi, non indagato, fosse emerso dagli atti di un’inchiesta della procura di Firenze su un giro di tangenti negli appalti pubblici, insieme a tracce di presunte regalie di un arrestato al figlio del ministro: «Mi sono dimesso per mia scelta, Renzi non me l’ha chiesto», spiegò Lupi alle Camere. Sia come sia, il premier tirò dritto, rimpiazzando il ministro col sottosegretario dem Graziano Delrio. Superata quella grana, però, Renzi se n’è trovata davanti un’altra, scoppiata a fine 2015 contro il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, destinataria fra dicembre e gennaio di una doppia mozione di sfiducia (una di M5S e l’altra di Fi e Lega), che sollevava il sospetto di un conflitto d’interessi legato al decreto 'Salva-banche', varato poco prima dal governo, e alla posizione di suo padre Pier Luigi, già vicepresidente di Banca Etruria, una delle 4 banche 'salvate'. Accuse contestate dalla Boschi che, da buon avvocato, in Parlamento ha pronunciato la 'madre di tutte le difese': «Se mio padre fosse stato davvero favorito, sarei la prima a dimettermi. Ma sono state dette un sacco di falsità: c’è un attacco politico contro il governo e la mia famiglia », ha ribattuto distinguendo l’azione dell’esecutivo dalla vicenda giudiziaria del babbo: «Se ha sbagliato deve pagare. Non c’è spazio per favoritismi». Il voto delle Camere le ha dato ragione, respingendo entrambe le mozioni e facendo tirare un sospiro di sollievo al premier e segretario del Pd, che sull’abilità negoziale boschiana ha innervato l’iter delle riforme costituzionali. Ma ora il nome «Maria Elena», pronunciato proprio da Guidi, riecheggia nel dialogo intercettato, e c’è chi in Parlamento chiede di nuovo che lasci, rimproverando al presidente del Consiglio di esser stato più intransigente in passato, quando il governo era guidato dal "collega" Enrico Letta.Nel novembre 2013, il Guardasigilli Anna Maria Cancellieri si difese in modo vibrante dall’accusa di "interferenza indebita", negando d’aver favorito Giulia Ligresti, figlia del patron di Fonsai Salvatore, arrestata e poi posta ai domiciliari per motivi di salute: «Nessun favoritismo, non ho mentito a Parlamento e magistrati», scandì Cancellieri e le Camere respinsero la sfiducia. Ma qualche giorno prima, Renzi (che ancora non guidava il partito) l’aveva bacchettata: «Fossi stato il segretario del Pd, avrei chiesto le sue dimissioni». Una linea dura espressa pure nei mesi precedenti, durante il terremoto che squassò il Viminale per l’espulsione arbitraria dall’Italia di Alma e Alua Shalabayeva, moglie e figlioletta di un dissidente kazako. «Una vicenda di cui come italiano mi vergogno», affermò Renzi. L’allora premier Enrico Letta ricompattò a fatica il Pd e sostenne il ministro dell’Interno Angelino Alfano, che rimase al suo posto dopo aver dimostrato che la catena di responsabilità di prefetti e funzionari non risaliva fino a lui.  

A giugno, Letta aveva appena perso un ministro, la campionessa olimpica Josefa Idem, dimessasi dal dicastero dello Sport, dopo l’uscita di articoli  sul mancato pagamento dell’Ici su un’abitazione.Un abbandono «a sorpresa» fu invece quello del ministro degli Esteri Giulio Terzi, che lasciò il governo di Mario Monti, infuriato per la decisione di rimandare in India i marò Latorre e Girone, accusati di aver ucciso due pescatori indiani. Non lo imitò il titolare della Difesa Giampaolo Di Paola: «Sarebbe facile dimettermi, ma non lo farò – concluse –. Per me le istituzioni vengono prima delle emozioni».