Attualità

Il caso. Spreco alimentare in calo. Le due facce del fenomeno

Vivia Daloiso e Massimiliano Cassano giovedì 28 settembre 2023

Tra chi acquista troppe cose al supermercato e non fa in tempo a consumarle, chi non presta attenzione alle date di scadenza sulle etichette, e chi cucina (o fa cucinare) porzioni eccessive per gli eventi particolari, montagne di cibo finiscono annualmente nella spazzatura. Da molti definito il principale paradosso dei tempi moderni, lo spreco alimentare resta una piaga che si rinnova di giorno in giorno nelle case – e nelle aziende – dei Paesi del primo mondo. Anche se è in recessione, complice la criticità del periodo, la guerra e l'incidenza dell’inflazione. Lo evidenziano i dati raccolti da Waste Watcher, International Observatory on Food & Sustainability, promossa dalla campagna Spreco Zero di Last Minute Market con il monitoraggio Ipsos e dell’Università di Bologna realizzata in 8 Paesi del mondo: Italia, Spagna, Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Olanda e Azerbaijan.
Secondo l’indagine, che assume particolare rilevanza perché diffusa alla vigilia della quarta Giornata internazionale di sensibilizzazione sulle perdite e gli sprechi alimentari promossa dalle Nazioni Unite, in tutti e 8 i Paesi analizzati lo spreco è diminuito nell’ultimo anno: perfino negli Stati Uniti, storicamente meno attenti al fenomeno, c’è stata una contrazione del 35% del cibo andato perduto. Più contenuto, ma comunque significativo, il calo dello spreco alimentare domestico in Italia: scende del 25% circa, e si assesta su 469,4 grammi settimanali per ogni cittadino. Ancora una volta è la frutta fresca l’alimento più sprecato del pianeta: un dato che si dimostra plebiscitario e svetta in Italia (33%) e Spagna (40%), Paesi accomunati nelle abitudini di Dieta mediterranea. «Per la prima volta abbiamo rilevato una massiccia riduzione dello spreco domestico a livello globale - ha sottolineato Andrea Segrè, economista e fondatore campagna Spreco Zero, direttore scientifico Osservatorio Waste Watcher International -. E’ l’effetto della crescente dell’attenzione dedicata dall’Onu a questo tema, entrato pienamente nell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile? Solo in parte, purtroppo. Si tratta piuttosto dell’effetto combinato di un quadro economico e sociale drammatico in tutti i Paesi, con un indice di fiducia sul futuro molto basso. Lo sforzo dei governi dovrà dunque concentrarsi su un doppio binario - economico ed educativo - per riportare il sistema in equilibrio che significa ridurre lo spreco di cibo e adottare diete sane e sostenibili. Un monitoraggio che resta essenziale per potenziare la consapevolezza sui comportamenti e le abitudini di gestione e fruizione del cibo, sulle diete adottate e sugli alimenti realmente consumati, in chiave di prevenzione dello spreco nelle case dei cittadini del pianeta».
«La colpa non è al 100% di chi vende ma è principalmente da quella parte» dice Guido Vesconi, senior researcher per l’azienda di ricerche di mercato Doxa. «La grande distribuzione – argomenta – cerca di inseguire il consumatore proponendo solo prodotti di una certa bellezza apparente e scartando tutto quello che è esteticamente non perfetto ma organoletticamente buono. Questo paradigma è ormai superato, oggi le persone non ricercano la bellezza estetica nei prodotti, ma il prezzo, la qualità e l’origine controllata». Doxa ha realizzato diversi sondaggi tra gli italiani per sondarne il livello di consapevolezza verso il fenomeno dello spreco alimentare: l’indagine ha riscontrato l’interesse molto positivo degli intervistati nei confronti degli acquisti in grado di facilitare una spesa sostenibile: 2 italiani su 3 vorrebbero fare una spesa “antispreco”, ma un italiano su 2 ritiene di dover cambiare le proprie abitudini per mettersi “in regola”. Tra i principali ostacoli il tempo e lo sforzo extra richiesto e la disponibilità ridotta dei punti vendita. Diverse realtà provano a venire incontro ai consumatori per colmare queste esigenze: tra loro c’è Babaco, azienda che ha commissionato lo studio Doxa e si occupa di recapitare box di alimenti freschi di filiera controllata calcolati per essere consumati settimanalmente. «Vogliamo far capire alle persone l’impatto che hanno le loro scelte, anche dal punto di vista ambientale» spiega Francesco Giberti, fondatore di Babaco. «Con il nostro lavoro – aggiunge – evitiamo tratte che partono dall’altro capo del mondo per alimenti che vengono prodotti anche nel nostro territorio, diamo così sostegno economico agli operatori che lavorano in Italia e sprechiamo meno risorse perché mettiamo in circolo solo prodotti di stagione». Oltre ai fornitori di servizi a domicilio c’è anche chi si è organizzato per fermare l’emorragia di alimenti scartati proprio lì dove ha origine, nei grandi mercati. I volontari di Recup fanno esattamente questo: girando tra i banchi di frutta e verdura si fanno consegnare i prodotti non venduti che sarebbero andati persi e li organizzano in cassette che distribuiscono gratuitamente ai passanti. L’associazione è nata a Milano nel 2016 ed opera attualmente in dieci mercati del capoluogo lombardo. «Spesso i commercianti non hanno una cella frigorifera per conservare l’invenduto, oppure acquistano più di quanto contano di vendere per avere sempre il banco pieno e catturare l’occhio dei clienti» spiega Irene Panizza, del consiglio direttivo di Recup. «Con la nostra attività – aggiunge – restituiamo valore sociale a questo cibo. Intorno ai nostri banchi si formano capannelli di persone spesso emarginate, e anche se non operiamo necessariamente con fine caritatevole, ben venga che questi alimenti finiscano a chi ne ha più bisogno».

Poi c'è il tema culturale, da affrontare. C’è da esser contenti, a contare il 25% di grammi in meno sprecati in un anno “grazie” alla grande crisi che come un effetto domino sta coinvolgendo larga parte del Pianeta, e in primis l’Europa? E sono i grammi di cibo finiti in spazzatura ciò a cui guardare, quando si parla di spreco di cibo? Per il Banco alimentare la risposta a entrambe le domande è “no”, e le ragioni le spiega ad Avvenire il presidente Giovanni Bruno. «Discutere dei grammi di alimenti buttati, a dire il vero, non ci entusiasma particolarmente. Per la peculiarità che da sempre contraddistingue l’azione del Banco alimentare a noi interessa sempre di più il recuperato rispetto allo sprecato. Guardiamo, per dirlo più in chiaro, al mezzo bicchiere pieno. La verità è che una riduzione dello spreco avevamo cominciato ad osservarla nel corso del 2020, complice il Covid. Poi abbiamo assistito all’anno del boom del Pil, con una leggera ripresa, seguito dalla guerra in Ucraina, dalla crisi energetica, dalla galoppata dell’inflazione. I risultati che vengono misurati oggi insomma non ci sorprendono, e non costituiscono affatto una buona notizia». Perché? «Per almeno due ragioni. La prima: se potessimo spacchettare quei grammi in base alle fasce di reddito, ci accorgeremmo facilmente che le fasce medie e quelle più ricche, che di solito sono anche quelle che sprecano di più, avranno continuato a sprecare quello che sprecavano prima, o poco meno. Mentre le fasce più povere, quelle che già sprecavano poco, avranno smesso di sprecare anche quel poco, tirando la cinghia il più possibile. Non è un caso d’altronde se in questi ultimi due anni abbiamo visto cambiare anche certe abitudini a fare la spesa: più discount, spese più leggere, più spese alla settimana. Abitudini che, nuovamente, hanno coinvolto le fasce più povere. Ecco allora che dobbiamo smettere di guardare ai grammi e al solo fenomeno dello spreco e concentrarci sulla povertà, che è ciò che è aumentato davvero. È la povertà che c’entra coi consumi e con gli stili di vita e sono i poveri ad essere cresciuti vertiginosamente: 350mila in più secondo l’Istat quelli scivolati sulla china dell’indigenza assoluta, da 1 milione e 680mila a 1 milione e 750mila solo negli oltre 7mila enti caritativi a cui noi, come Banco, garantiamo il cibo recuperato» conclude il presidente del Banco Alimentare.