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Il garante della Privacy . L'allarme di Soro: «Nessuna foto dei vostri figli su social»

Redazione Romana martedì 6 giugno 2017

Sono passati 20 anni, eppure sembra un secolo. Era l'8 maggio 1997 quando entrava in vigore la prima legge sulla privacy: da allora la protezione dei dati è diventata parte integrante del nostro essere cittadini, ma resta la frontiera su cui si gioca buona parte del nostro futuro e si combattono nuove sfide, dalla lotta al terrorismo allo strapotere dei giganti del web, dal cybercrime alla pedopornografia, che dilaga con l'involontario contributo di genitori incauti.

Nell'universo digitale, in cui gli algoritmi ci «profilano», ci rendono «omologati e omologanti», arrivando ad «annullare l'unicità della persona» e trasformandola in una «cifra per Big Data», o ci «recensiscono» fino a creare banche dati della reputazione, la privacy si conferma un «presidio» essenziale, sottolinea con forza il Garante, Antonello Soro, che nella Relazione annuale al Parlamento evidenzia i rischi sempre nuovi per la libertà e la democrazia.Nella Sala della Regina alla Camera, davanti al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e alla presidente della Camera, Laura Boldrini, Soro entra dritto nel cuore delle cronache di questi giorni per ricordare innanzi tutto che la tutela della privacy è «indispensabile» nella lotta al terrorismo, «per rendere le attività di contrasto più risolutive, perché meno massive e quindi orientate su più congrui bersagli» e far sì che su questo fronte «siamo più efficaci, non meno liberi».

«Nelle scorse settimane l'attacco informatico attraverso Wanna Cry ha ingenerato allarme in tutto il mondo. Non sarà purtroppo l'ultimo - afferma il Garante della privacy -. Nella dimensione digitale si svolgono, sempre di più, le relazioni ostili tra gli Stati e dentro gli Stati -. Secondo stime recenti, nello scorso anno leinfrastrutture critiche sarebbero state oggetto del 15% di attacchi in più rispetto al precedente e sarebbero cresciuti del 117% quelli riconducibili ad attività di cyberwarfare, volte a utilizzare canali telematici per esercitare pressione su scelte geopoliticamente rilevanti. Nel 2016 gli attacchi informatici avrebbero causato alle imprese italiane danni per nove miliardi di euro ma meno del 20% delle aziende farebbe investimenti adeguati per la protezione del proprio patrimonio informativo. E il settore pubblico non risulta essere molto più efficiente».

Per Soro, «la sicurezza dei dati deve rappresentare un fattore abilitante per soggetti privati e pubblici, daperseguire fin dalla progettazione dei sistemi e delle infrastrutture. La resilienza informatica nel contrasto delle minacce cibernetiche deve rappresentare ciò che la resilienza della democrazia rappresenta nel contrasto del terrorismo. E per garantire davvero la cybersecurity - componente strategica della sicurezza nazionale e pubblica - è necessario evitare il rischio della parcellizzazione dei centri di responsabilità, con una centralizzazione di competenze e un'organica razionalizzazione del patrimonio informativo, anzituttopubblico».

Poi punta il dito sui «grandi fratelli che governano la rete», quei giganti del web che dispongono «di tutti i mezzi per indirizzare la propria influenza verso ciascuno di noi, con la conseguenza che, un numero sempre più grande di persone - tendenzialmente l'umanità intera - potrà subire condizionamenti decisivi». Uno strapotere al quale non bisogna rassegnarsi, è il monito della Boldrini, che cita una recente intervista di Franco Bernabè per sottolineare che «Google, Apple Facebook e Microsoft, insieme, hanno una capitalizzazione di Borsa equivalente al Pil della Francia», «sono più potenti dei governi» e godono di «fatturati stratosferici»: di qui il richiamo forte all'assunzione di «responsabilità», sul piano «fiscale», «lasciando risorse nei Paesi in cui fanno così lauti profitti», ma anche «editoriale».

Alla protezione del proprio patrimonio informativo sono chiamate anche le famiglie: la pedopornografia dilaga in rete, «con due milioni di immagini censite lo scorso anno e la fonte involontaria - avverte il Garante - sarebbero i social network in cui genitori postano le immagini dei figli».

Anche la risposta alle fake news, sottolinea Soro, non va cercata nella tecnologia, né nei «tribunali della verità», ma in un «forte impegno pubblico e privato nell'educazione civica alla società digitale», nella «sistematica verifica delle fonti» e, ancora una volta, nella «forte assunzione di responsabilità da parte di ciascuno: dal singolo utente alle redazioni e, certo, ai grandi gestori della rete».