Attualità

Bologna. Solidarietà a tavola, le Cucine popolari non chiudono nemmeno ad agosto

Chiara Pazzaglia sabato 11 agosto 2018

A tavola siede una famiglia iraniana: sono in cinque, di cui tre bambini sorridenti e affamati. Accanto a loro, una signora imolese: si sono conosciuti un anno fa, alle Cucine popolari e, dopo qualche mese, vivevano sotto lo stesso tetto. «A loro serviva una casa, a me compagnia: le stanze vuote si sono riempite del calore di una famiglia» racconta. Bisogni differenti che si incontrano davanti a una pastasciutta, nella prima periferia di Bologna: siamo in una delle tre Cucine popolari sorte in tre anni, quella di via Berti, dove, dal mezzogiorno, si affacciano volti di ogni età anagrafica e di ogni provenienza.

I volontari sono lì dalle 9, cucinano, servono a tavola, poi si siedono a mangiare con gli ospiti. Entra Roberto Morgantini, il carismatico fondatore - e viene subito accolto da abbracci e sorrisi. «Tutto nasce dal mio matrimonio di interesse », scherza. Tuttavia, c’è del vero nella battuta di spirito di Morgantini, quarant’anni di sindacato e tre di matrimonio, con la donna che gli era accanto dai precedenti trentotto. Difficile, per lui, dimenticare l’anniversario di nozze, dal momento che coincide con la nascita delle Cucine popolari.

Agli oltre seicento invitati, infatti, gli sposi avevano chiesto una donazione per questo scopo, superando ogni aspettativa: «Ci hanno fatto il regalo anche tanti semplici cittadini, colpiti dall'iniziativa» racconta. Già da sindacalista, Morgantini si occupava di problemi sociali: «gli ultimi erano sempre i primi nei miei pensieri». Stupisce la citazione evangelica da parte di uno che si professa ateo, «cresciuto nel Pci, ma fare politica significa parlare dei problemi: io, invece, i problemi voglio risolverli. Quando ero giovane, il Pci voleva abolire la povertà per legge, la Chiesa si rimboccava le maniche per sconfiggerla nei fatti» dice.
Definisce 'un colpo di fulmine' quello con l’arcivescovo Zuppi, che «non si è perso un compleanno delle Cucine popolari, è uno che vive quello che predica».

Il pensiero va nuovamente al passato: «Per venticinque anni, io e Lucio Dalla abbiamo messo a tavola 125 bisognosi, ogni 6 gennaio. Già da allora, si faceva strada, in me, il desiderio che non fosse un evento sporadico, ma una realtà quotidiana». Le Cucine popolari non ricevono contributi pubblici: «solo solidarietà dal basso, che conta, ad oggi, cento volontari, centinaia di donatori, duecentocinquanta coperti al giorno». Coperti veri, con stoviglie di ceramica: «la plastica dà l’idea della mensa dei poveri, non di casa», dice. Infatti, non ci sono solo persone in difficoltà economica: «Accogliamo persone sole, povere non di redditi, ma di relazioni. Ce le inviano le parrocchie e i servizi sociali, in egual misura, così come metà sono italiani e metà stranieri» racconta il fondatore.
Persino la rock band dei Metallica ha donato 30mila euro alle Cucine popolari: «Il confine fra chi dona e chi riceve è molto labile: la vera povertà dei bolognesi è la solitudine, abbiamo il 30% di famiglie unipersonali » dice Morgantini.
«La nostra vittoria più grande? Il fatto che chi ha usufruito per un po’ del nostro cibo, anche quando non ha più bisogno, torna: per servire a tavola, per donare, per stare in compagnia», si congeda, mentre riceve una telefonata da Milano: «è una ragazza che ha letto di noi su un giornale, vuole rendersi utile durante le sue ferie». Una ricaduta di solidarietà, dunque, che ha ormai valicato i confini bolognesi: «speriamo di essere d’esempio, c’è bisogno ovunque» dice.