Attualità

L'impegno. Soccorsi in mare, l’aiuto crescente dei cittadini

Sara Lucaroni lunedì 19 ottobre 2015
Sea Watch, l’ultima delle navi umanitarie private nate e impegnate quest’anno per soccorrere i migranti sul Mediterraneo, è ora ormeggiata in Tunisia. Da peschereccio di gamberi nel Mare del Nord, costruito nel 1917, a "occhio del mare" tra la Libia e Lampedusa nel 2015. Lo scorso 13 ottobre il suo equipaggio ha fatto salire 120 persone, tra cui molti parlamentari tedeschi, a bordo di un gommone per un breve viaggio sul fiume Sprea, davanti al Bundestag. L’ideatore Harald Höppner, commerciante berlinese, ha raccolto 75mila euro e ha acquistato e poi attrezzato grazie alla solidarietà di amici, artigiani, commerciati e operai, solo un mezzo in più per per salvare vite umane. «Mi sono sentito inutile di fronte alla tragedia» ha spiegato. Un equipaggio di 8 volontari, con un sistema radio-satellitare, gommoni per ospitare fino a 500 persone, giubbotti salvagente e acqua potabile, da metà giugno ha salvato 2mila persone. Numeri che fanno parte di uno dei record di questa estate, con i suoi 360mila arrivi dal  mare e i 3mila morti: la nascita di una rete di soccorso privato, auto-organizzata e quasi parallela alle missioni Triton e Eunavfor Med, lanciate dall’Ue attraverso Frontex e dimostratesi più limitate del previsto sul piano umanitario. Il progetto capofila dei soccorsi privati nell’emergenza migranti era stato Moas, Migrant Offshore Aid Station, ideato nel 2014 dagli imprenditori italo-maltesi della multinazionale Tangiers Group, Christopher e Regina Catrambone. Quattro milioni di euro di investimento per acquistare Phoenix I, un 40 metri con droni e sistemi satellitari di ultima generazione. I 20 membri di equipaggio, guidati dal direttore ed ex capo della Difesa maltese Martin Xuereb, hanno salvato 3mila persone nei 60 giorni di attività del 2014 e 6mila dal 2 maggio di quest’anno.«Il mese più difficile è stato senza dubbio agosto, sia per la quantità degli interventi che per alcuni soccorsi drammatici, uno dei quali particolarmente duro con 4 morti trovati su un gommone e 2 persone in gravissima disidratazione» spiega Loris De Filippi, presidente di Msf e coordinatore medico della Bourbon Argos, salpata a maggio. Höppner è polemico: «Il fatto che il nostro equipaggio abbia affrontato anche sei giorni di operazione di salvataggi continui, dimostra che ci siamo. Ma dimostra anche che l’Unione Europea non sembra prendere molto sul serio la propria responsabilità dei soccorsi in mare». «A volte eravamo l’unica nave disponibile per la ricerca e soccorso sulla costa libica, mentre le navi di Msf e Moas erano al porto per sbarcare i migranti salvati» ha aggiunto il capitano Ingo Werth. La Marina irlandese invece non ha sempre inquadrato con nettezza il proprio contributo alle operazioni Sar (ricerca e soccorso) nelle missioni europee. «Salvare vite umane è una sensazione bellissima» ha detto alle celebrazioni per il rientro in Irlanda il comandante Daniel Wall. Mentre questo inverno Moas opererà nel golfo del Bengala, lungo la rotta Bangladesh, Thailandia e Malaysia, Klaus Vogel, capitano di marina tedesco, ha fondato Sos Mediterranée e individuato una nave adatta ai soccorsi, la Markab. È una ex nave pilota di sessanta metri sui cui salirà anche un team di medici.